Il gran ballo dell'ipocrisia
“Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità” (Matteo 23, 27 – 28).
I più feroci censori dei costumi altrui sono gli ipocriti, i quali si ammantano di una moralità ostentata, di una probità inesistente, si rivestono di apparenza, nascondono la propria incoerenza e indecenza dietro l’altisonanza di principi assoluti e verità inderogabili in cui affermano di credere, di cui sbandierano una condivisione mendace, verso cui nutrono invero cinica indifferenza e si rapportano con assoluta strumentalità. I paladini di questa moralità bugiarda si scandalizzano per l’agire degli altri, cui negano quanto però riservano a loro stessi e praticano abitualmente e con aria compunta e indignata, alzano inflessibili il dito accusatore contro chiunque capiti loro a tiro, li segnalano al pubblico ludibrio e biasimano quanto, a proprio giudizio insindacabile, considerano sviante ed errato nelle vite altrui. Moralisti senza morale, sepolcri imbiancati che celano coscienze come verminai, tiratori professionisti di strali infuocati elargiscono condanne senza misericordia e sentenze senza appello per comprovata dissolutezza e assolvono se stessi da ogni nefandezza.
Gli ipocriti finiscono sempre per cadere vittime di loro stessi, per essere travolti dalla loro doppiezza morale, dal coltivare unicamente interessi e convenienze, per essere soffocati e sommersi dal marciume delle loro coscienze e dallo squallore della loro falsità. Questa sì è una legge inderogabile, a ben vedere.
È notizia di questi giorni che la polizia di Bruxelles ha fatto irruzione qualche sera fa in un appartamento, ubicato sopra un bar nel centro della capitale europea, a pochi passi dalla Grand Place, su segnalazione di alcuni vicini infastiditi dagli schiamazzi e indispettiti per la violazione delle norme che vietano raduni e assembramenti per via della pandemia in corso. La polizia belga ha scoperto che nell’appartamento era in corso un festino a base di alcool, droga e sesso, cui partecipavano più di una ventina di persone, un’orgia per soli uomini. I partecipanti sono stati multati per violazione delle disposizioni anti Covid-19. Orbene in condizioni di normalità, la vicenda di sicuro si sarebbe conclusa con una dura reprimenda da parte della polizia per via del fastidio procurato ai vicini e con le inevitabili denunce per il rinvenimento di sostanze stupefacenti, fermo restando che per il resto alla legge nulla interessa delle pratiche sessuali messe in atto tra adulti consenzienti. Probabilmente sui giornali locali sarebbe apparso qualche trafiletto sbattuto in fondo alle ultime pagine di cronaca, qualche sparuto lettore appassionato di notiziole di poco conto avrebbe soffermato la sua attenzione, condita da un sorrisetto ironico e nulla più. Visti i tempi particolari che stiamo attraversando a causa del Covid-19, la questione ha assunto altra rilevanza e la notizia è rimbalzata sui siti in un batter d’occhio non solo per la violazione della legge che vieta incontri conviviali con più persone al fine di contenere i contagi, ma soprattutto perché tra i partecipanti identificati e denunciati vi erano diplomatici e un eurodeputato. È partita immediatamente la caccia al misterioso europarlamentare e i risultati non si non fatti attendere. È bastato poco per scoprire che il deputato europeo in questione era Jòzsef Szàjer, tra i fondatori di Fidesz, il partito del primo ministro dell’Ungheria, Viktor Orbàn, teorico della democrazia illiberale, di cui è un fedelissimo e anzi viene da tutti considerato il braccio destro. La conferma è arrivata dallo stesso Jòzsef Szàjer, il quale ha ammesso di essere l’eurodeputato coinvolto e ha rassegnato le dimissioni dal Parlamento Europeo nelle mani del Presidente David Sassoli. Epilogo inevitabile vista la violazione della norma antiassembramenti, ma soprattutto per la condotta dall’eurodeputato che, come spiegato dall’ufficio del Pubblico Ministero, quanto la polizia ha fatto irruzione, ha cercato di fuggire dall’appartamento calandosi da una grondaia e ferendosi alle mani. Una volta fermato ha rivendicato l’immunità parlamentare e, sottoposto a perquisizione, è stato trovato in possesso di sostanze stupefacenti. Memore di certa tradizione italica Jòzsef Szàjer ha dichiarato alla polizia che le droghe si trovavano nel suo zaino a propria insaputa e non erano sue.
Una vicenda squallida certamente. Perché prenderla in considerazione, farla oggetto di riflessione? L’interesse evidentemente e ovviamente non è per il fatto in sé, quanto piuttosto perché emblematico di quella ipocrisia innanzi stigmatizzata e condannata. L’ungherese Fidesz, nelle cui liste Jòzsef Szàjer è stato eletto al Parlamento Europeo, è affiliato ai Popolari Europei (enorme ipocrisia giustificata da ragioni di opportunismo politico o meglio di consistenza numerica dei gruppi parlamentari), ma è un partito di estrema destra, sovranista e illiberale. Il primo ministro Viktor Orbàn governa il proprio paese con pugno di ferro, ha promosso e fatto approvare dal parlamento ungherese numerose leggi palesemente antidemocratiche, che violano i diritti fondamentali e le libertà dei cittadini. L’Unione Europea ha aperto nei confronti dell’Ungheria una procedura per violazione dello Stato di Diritto e per politiche discriminatorie nei confronti delle minoranze, in particolare delle persone omosessuali e delle donne. Viktor Orbàn, Jòzsef Szàjer e gli altri esponenti di Fidesz in questi anni hanno strumentalizzato i valori cristiani, brandito il vessillo della tradizione, della famiglia fondata sull’unione esclusiva uomo - donna, della condanna dell’omosessualità, della contrarietà all’aborto, hanno fomentato l’islamofobia, si sono opposti alle politiche di accoglienza di profughi e migranti, hanno colpito, perseguitato ferocemente e ridotto al silenzio gli oppositori politici. Un governo insomma agli antipodi della democrazia.
Quanto accaduto ha fatto emergere il vero volto di personaggi squallidi, incarnazione del peggiore populismo, i quali hanno nella doppia morale il tratto distintivo della propria identità. Principi e valori, gridati ai quattro venti con le loro bocche ingannatrici, hanno il suono intollerabile delle bestemmie e sono unicamente funzionali alla conservazione del potere, all’oppressione dell’altro e del diverso. Dovremmo tutti quanti riflettere e interrogarci sul consenso riservato nel nostro paese ad ammiratori, alleati ed imitatori di costoro, accorgerci che anch’essi indossano solo maschere di idealità che invero disprezzano e contraddicono continuamente con il loro vivere e il loro agire.
Non c'è Coviddi e altre assurdità
Un sabato pomeriggio grigio e uggioso. Un giorno in apparenza come tanti, scanditi da questa pandemia che ci ha sottratto la bellezza del contatto fisico, il piacere di una stretta di mano, il calore di un abbraccio, la gioia della condivisione di una tavolata imbandita di buon cibo e di risate tra amici. Una inquietudine sottile e pervasiva ritma ormai gesti e comportamenti, un timore malcelato nei confronti di un nemico subdolo e infido, capace di colpire quanto meno te lo aspetti e di provocare ferite laceranti negli affetti. Sentimenti e sensazioni che accomunano la gran parte di noi e di cui invece un ridotto rumoroso e ostinato di contestatori si dichiara incredulo e indifferente, negando incomprensibilmente l’evidenza, gli effetti devastanti del virus sulle vite di tanti, facendo proprie e propagandando teorie bislacche e gridando al complotto, ordito non si sa bene da chi e per quale recondita e inverosimile ragione, alla dittatura sanitaria o semplicemente minimizzando portata e rilevanza di quanto accade. D’un tratto il telefono squilla lacerando il silenzio ovattato che avvolge la stanza. Lo afferro un po’ contrariato. Considerando orario e giorno si tratterà della solita chiamata promozionale per convincermi a cambiare gestore delle utenze di casa o di un seccatore inopportuno. Il numero e il nome che compaiono sul display è quello di un amico. – Meno male – mi dico. Ho piacere di scambiare quattro chiacchiere con lui e perciò gli rispondo cordiale e rilassato. Mi accorgo immediatamente che qualcosa però non va. Ha una voce strana, affannata. – Sono positivo al Covid e sto male. Non riesco a respirare – mi dice tutto di un fiato. Sapevo che aveva fatto il tampone ed aveva avuto sintomi leggeri nei giorni precedenti, ma non pensavo stesse così male. Farfuglio qualche frase, cercando di tranquillizzarlo. – Fra un po’ c’è la partita….– cerco di sviare il discorso. È un tifoso accanito, viscerale e guardarla con lui è un divertimento. – Sto male – si limita a dirmi. – Tempo qualche giorno e ti sarai negativizzato. La prossima volta che giochiamo vieni qua da me e la vediamo insieme – insisto. Dopo qualche momento di silenzio torna a dirmi: – Ci sono dei momenti che proprio mi manca il respiro –. Avverto chiaramente che ha paura di non farcela. – Ma cosa ti sta dicendo la testa? Che stai pensando?- lo rimbrotto – Vedrai che la cura che ti hanno dato farà effetto rapidamente –. – Va bene – mi concede senza troppa convinzione. – Ti chiamo domani – gli prometto. La mattina dopo purtroppo viene ricoverato in ospedale e ora è in terapia intensiva. Ne uscirà presto, sono sicuro e, eternamente insoddisfatti, torneremo ad arrabbiarci e ad imprecare contro arbitri, giocatori ed allenatore della nostra squadra del cuore, a fare le nostre analisi calcistiche e ad immaginarne possibili traguardi. Il virus non l’avrà vinta, ne sono certo!
E così il virus ha toccato un mio amico, una persona cui sono legato ed è doloroso. Probabilmente la mia è una delle tante storie di questi giorni funestati da contagi in crescita esponenziale, ricoveri d’urgenza e centinaia di morti. Storie di persone, amicizie e sentimenti e non soltanto fredda contabilizzazione di aridi numeri. Penso al mio amico lì da solo nel reparto di rianimazione, alle persone che lo amano che non hanno notizie dirette di lui da giorni, che trascorrono il proprio tempo nell’ansia e nella trepidazione e ad ogni squillo del telefono smettono di respirare. Sento crescere in me la rabbia per le tante parole insensate pronunciate da sedicenti scienziati, internettologi negazionisti, complottisti e contrari all’uso delle mascherine, per i tanti comportamenti irresponsabili, per quanti sono interessati unicamente a lucrare spazi di notorietà sui social e possibili consensi elettorali in un gioco barbaro e cinico.
Trovo insopportabile e riprovevole il sentenziare di tanti leoni da tastiera dall’alto della loro esperienza e competenza forgiata davanti allo schermo di un computer, laureati all’università di internet in medicina con specialistica in virologia ed infettivologia, circa l’irrilevanza dell’infezione da Covid-19 se la paragoniamo alla mortalità per l’influenza stagionale, ai tumori, agli infarti e persino alla fame nel mondo. Quello che non riescono a comprendere è che il problema non è soltanto la mortalità in conseguenza del virus, ma il tasso di ospedalizzazione dei malati sintomatici rapportata al breve lasso di tempo in cui questo avviene. Nessuna malattia cronica è capace, come il Covid-19, di mandare all’aria da sola e in brevissimo tempo, un mese e poco più, la tenuta del sistema sanitario. L’influenza stagionale causa il ricovero e la morte di molte più persone, ma questo avviene in un arco temporale di sette mesi e non di qualche settimana. Analogo ragionamento va fatto per l’incidenza dei ricoveri per le altre patologie gravi: non si concentrano in pochi giorni e il sistema sanitario riesce a farvi fronte. Il tasso di mortalità esclusivamente per Covid-19 sarà anche basso e a non farcela saranno pure maggiormente persone anziane o fragili, affette da altre patologie, ma al di là che il loro ricovero satura il sistema, occupando posti letto in terapia intensiva e semintensiva, posti che non potranno essere utilizzati per altri pazienti che dovessero arrivare nelle strutture sanitarie in condizioni gravi, dobbiamo considerarli sacrificabili, materiale di scarto, la loro morte non costituisce un fatto inaccettabile, o forse perché si tratta per la gran parte di persone non utili e funzionali allo sforzo produttivo del paese, come ha sentenziato il Presidente della Regione Liguria, ci deve lasciare indifferenti?
A sentire poi certi “autorevoli” esperti sproloquiare sul virus, snocciolando dati senza il minimo riscontro scientifico, non solo sui social ma perfino nelle reti televisive nazionali, la totalità di scienziati, medici e personale sanitario sono una massa di pecoroni belanti, di venduti al grande complotto delle BigPharma, che amano mascherarsi con camici e mascherine per andare in corsia in una sorta di gran ballo dell’idiozia e dell’inutilità, in tenuta da combattimento contro un nemico inesistente.
Sarebbe il caso che la finissero una buona volta di raccontare stupidaggini e portassero rispetto per le sofferenze di quanti sono stati colpiti dal virus, per le migliaia di persone che non ce l’hanno fatta e il dolore dei loro familiari.
E la chiamano giustizia....
Roma.
Una mattina di metà dicembre, grigia e tiepida come solo questo tempo pazzo sa regalarci. Non piove per fortuna. Giove Pluvio ha deciso di concedere una tregua a noi umani. Piazzale Clodio è il solito formicaio, un delirio di traffico. Normalità.
Armato di borsa e toga, percorro a piedi il tratto di strada che mi divide dalla cittadella giudiziaria. L’udienza innanzi alla Corte d’Appello Penale è fissata alle nove. È presto, ho tutto il tempo ma voglio arrivare con calma.
La borsa è pesante e non solo per il fascicolo voluminoso che mi porto dietro. Ho appellato una sentenza che ha inflitto una pena dura al mio assistito. Penso sia sbagliata e ingiusta. Sono il suo difensore, fa parte del mio lavoro tentare di smontare le accuse e mirare ad un risultato più favorevole. Tuttavia la realtà a volte è più complicata. La sentenza è stata emessa al termine di un processo di primo grado celebrato al passo di carica, con una fretta incomprensibile, stando ai tempi soliti della giustizia e con la compressione del diritto di difesa.
Un esempio è illuminante.
Udienza di primo grado. Sentito l’ultimo testimone, il Presidente del collegio invita pubblico ministero e difesa a concludere visto che non ci sono richieste di ulteriori prove. Chiedo la parola. Il Presidente mi rivolge un’occhiata tra l’infastidito e l’annoiato. La difesa, a suo tempo, ha chiesto ammettersi altre prove su cui il collegio si è riservato di decidere, in particolare l’esame comparativo tra il DNA trovato su un oggetto usato per compiere il reato e quello dell’imputato, esame tralasciato durante le indagini preliminari, che potrebbe escluderne la colpevolezza. La replica è disarmante: - Perché agli atti del processo risulta rinvenuto del DNA?-. Il collegio si ritira in camera di consiglio. Dieci minuti e la decisione sulla richiesta è presa: si tratta di un riscontro irrilevante per stabilire se l’imputato è colpevole o innocente.
L’esame è costoso e la macchina della giustizia non ha intenzione di spendere risorse per questa vicenda che riguarda un signor nessuno.
La Corte d’Appello Penale è ospitata in una struttura moderna. Attraverso il varco riservato agli avvocati, mostro il tesserino all’addetto alla sicurezza e mi addentro nel ventre del palazzo. L’aula d’udienza è al piano terra, priva di finestre ma ampia e ben illuminata, le pareti sono rivestite di legno chiaro e possiede una certa solennità. Gli scranni dei giudici e del cancelliere sono vuoti. Prendo posto tra i banchi riservati alla difesa ed aspetto.
Il tempo scorre lento. In aula ci sono alcuni colleghi. Suona la campanella e l’udienza ha inizio. I tre giudici e il cancelliere prendono posto. Il Presidente del collegio è un magistrato sulla sessantina, un toscano simpatico e dai modi diretti. Vengono chiamati i procedimenti a ruolo: una lunga catena di rinvii per motivi tecnici. Giunge il mio turno. Il Presidente fa presente che anche per la mia causa c’è un problema. Il Procuratore Generale gli ha comunicato che gli è stata trasmessa una copia parziale dell’atto d’appello. Il personale di cancelleria ha fotocopiato solo le pagine dispari e pertanto non è in grado di capire quali siano esattamente i motivi di impugnazione della sentenza. È necessario un rinvio. Aggiunge di aver letto l’atto d’appello: le questioni sollevate richiedono un vaglio attento del pubblico ministero. Se si fosse trattato del solito atto dilatorio, gli avrebbe dato lui stesso una copia e, dopo una breve sospensione, avremmo potuto trattare la causa, ma non è questo il caso.
Il Presidente del collegio abbassa lo sguardo sulle carte davanti a sé per qualche secondo e poi dice: – Sezze….quindi Latina -. – Sì, Presidente. Foro di Latina -. Inizia a raccontare la sua esperienza di magistrato prima di approdare, poco tempo fa, a Roma. Esprime giudizi duri sul funzionamento della giustizia. Con il Tribunale di Latina è impietoso, lo definisce il peggiore d’Italia, nonostante gli sforzi di questi anni. La storia poi dell’appello stampato solo nelle pagine dispari non la digerisce. Spiega di essere costretto a fotocopiarsi da solo gli atti dei processi e di dover comprare la carta di tasca propria perché gli uffici non vengono riforniti. – Tutto questo è normale?- domanda. – No, Presidente – intervengo – è umiliante per voi magistrati, per noi avvocati e per i cittadini che aspettano giustizia -. – Ha detto bene avvocato, è umiliante -. Mi congeda.
Una giornata di ordinaria giustizia.
L’appello fotocopiato solo nelle pagine dispari è emblematico, la mancanza di carta per stampare gli atti processuali è indegna di un paese civile. Trovo ancor più avvilente, però, sentir affermare che il problema dei processi è la prescrizione non la macchina della giustizia che non funziona, i magistrati e il personale addetto sotto organico, che i problemi si risolvono limitando i diritti, imprimendo un marchio di perennità alle cause, che la soluzione è trasformare le indagini in un tunnel senza uscita, in un macigno che grava a vita sulle persone, il tutto peraltro in contrasto con la Costituzione. Si scarica la colpa della durata dei processi sugli avvocati quando il 53% si prescrive prima del rinvio a giudizio, il 22% durante i dibattimenti di primo grado e non per l’attività dei difensori. Cesare Beccaria diceva che la giustizia deve essere certa, celere e giusta. Un processo che non accerta rapidamente chi è colpevole e chi è innocente, che non risarcisce le vittime, che arriva al risultato dopo dieci, venti, trenta anni è negazione della giustizia. Sentir dire poi dal Ministro di Grazia e Giustizia che un reato è doloso se non si dimostra che è colposo, consentimi è una vergogna. A chi ha fatto notare l’abnormità giuridica di tale affermazione è stato risposto che il ministro è un civilista, non un penalista. Peccato che per laurearsi in giurisprudenza bisogna superare anche l’esame di diritto penale.
Dettagli evidentemente….
l nostro valore va commisurato sui limiti che siamo in grado di superare
Il tempo scorre con i suoi ritmi incalzanti ed ineluttabili.
Gli eventi, piccoli e grandi, personali e collettivi, si inseguono e fatichiamo a comprenderne portata e conseguenze nello spicchio di storia che ci appartiene.
Le magnifiche sorti e progressive del mondo sono soprattutto nelle mani di coloro che rivestono autorità ed esercitano poteri, ma nessuno può considerarsi dispensato da responsabilità e partecipazione, poiché con le scelte influenziamo le dinamiche degli accadimenti.
Rinunciare alla libertà di essere noi stessi, ridurci a semplici comparse sulla scena, marionette di cui altri tirano i fili, svuotarci della facoltà e del dovere di pensare in autonomia, arruolarci nella massa acritica che si limita a inseguire le mode, fare nostri linguaggi sprezzanti e incattiviti, come è abitudine sui social, assumere atteggiamenti deplorevoli perché così fan tutti, pur di non correre il rischio di sentirci “diversi”, sono sempre e comunque nostre determinazioni.
In definitiva non siamo condannati a soggiacere passivamente all’accadere del tempo e degli eventi. La coscienza di noi, il pensare e il pensarci, il patrimonio di idee, sentimenti e relazioni sono strumenti formidabili e preziosi che ci consentono di appartenerci integralmente, di sottrarci ai condizionamenti e di contribuire al cammino comune.
Questi giorni, ultimi spiccioli di un anno che ormai volge al termine possono rappresentare un’ottima occasione per fermarci, per riappropriarci del nostro tempo, per liberarci da impegni e assilli e tentare di tirare le somme, di tracciare un bilancio della nostra vita, degli effetti delle nostre scelte e delle nostre dimenticanze, di come abbiamo inciso su quanti ci sono accanto.
Dobbiamo ritagliarci un angolo di silenzio nel fracasso assordante che ci circonda, nel bombardamento mediatico incessante, metterci davanti alla nostra coscienza, a Dio per chi ha il dono della fede, e vagliarci attentamente.
È più semplice indirizzare lo sguardo verso gli altri, puntare il dito accusatore su quanto di sbagliato, a nostro avviso, è riscontrabile nel loro agire, indossare le vesti di giudici inflessibili dei loro errori, compiacerci di poterli bacchettare severamente, mentre invece siamo disabituati alle verifiche personali, a passare sotto la lente d’ingrandimento le nostre vite, ad esaminarci con occhio critico. Tuttavia tale esercizio è indispensabile se vogliamo migliorare, partendo certamente dal bene compiuto, ed evitare di ripercorrere ottusamente strade fuorvianti, ingannevoli e fallaci.
Dopo un anno, fatto di giorni colmi di vissuto, di esperienze e persone incontrate è impensabile che nulla si sia mosso e sia cambiato in noi. Decisioni futili e scelte rilevanti ci hanno riguardato e trasformato nel profondo.
Sicuramente siamo stati capaci di gesti di bontà, generosità e altruismo, ma anche di azioni spregevoli, spinti da egoismo e cattiveria.
Abbiamo pronunciato parole con leggerezza, non riflettendo sulle conseguenze che avrebbero prodotto, e abbiamo taciuto per paura o per convenienza.
I nostri errori sono stati causati da ingenuità e faciloneria, ma anche da orgoglio e presunzione che ci hanno accecati.
Il nostro amore e la nostra amicizia hanno inondato le persone, ma abbiamo inflitto anche freddezze ingiustificate e distacchi dolorosi, ci siamo rinchiusi in noi stessi in compagnia dei nostri progetti e spesso del nostro egoismo.
Nel lavoro abbiamo operato lealmente, assumendoci oneri e responsabilità e non ricercando solo gratificazioni e riconoscimenti, ma è capitato anche di mettere in cattiva luce il compagno di reparto, il collega che occupa la scrivania vicina alla nostra.
Ci siamo resi responsabili o quantomeno abbiamo tollerato illegalità e ingiuste, ma abbiamo anche rifiutato di esserne complici e di fingere di non vederle.
Il timore di restare schiacciati sotto il peso di paure lungamente ci ha gravato l’anima, ma siamo stati capaci di sorrisi per aver compreso che aver paura è profondamente umano, fa parte della normalità.
Abbiamo scoperto di possedere fragilità più consistenti di quelle che ci sarebbe piaciuto riconoscere, ma ci siamo accorti che ci rendono più vivi, costituiscono paradossalmente una opportunità.
Siamo luce e ombra in definitiva.
Scoprire se il nostro bilancio è in deficit o in attivo non deve spaventarci.
Il nostro valore va commisurato sui limiti che siamo in grado di superare, sui difetti che cerchiamo con fatica di correggere, sul bene che facciamo in maniera libera e disinteressata, non sull’arte di ingannare e mascherare quanto di noi non va o per i soldi che riempiono il nostro portafoglio con i quali pensiamo di comprare amicizia, lealtà e stima.