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L'aspirante autocrate e le parole cancellate

Mar 15, 2025 Scritto da 

 

 

Il presidente USA Donald Trump in campagna elettorale aveva fatto del “free speech” la propria bandiera, ergendosi a paladino della libertà di espressione e della rimozione di ogni limite all’uso delle parole, criticando duramente la “cancel culture” e la cosiddetta censura “woke” e agitando lo spauracchio del classico “non si può dire più niente”. Tuttavia, appena assunto il potere, ha ripudiato tutto e ha rivelato agli americani e al mondo il suo vero volto, il suo essere un aspirante autocrate, estremista ed un intollerante, oltre che un implacabile censore di tutto ciò che non appartiene al suo modo di pensare, tanto che tra i suoi primi atti ha imposto alle agenzie federali di eliminare o comunque di limitare l’uso nei documenti ufficiali, nei siti web e nelle linee guida interne, compresi i programmi scolastici, di parole ed espressioni che rimandano all’idea di inclusione nei confronti delle minoranze, delle comunità marginalizzate e delle donne. Termini come “transgender” o “donne”, “LGBTQIA+” o “crisi climatica”, “cultural heritage” (patrimonio culturale) o “disparity” (disparità), “pollution” (inquinamento) o “hate speech” (discorsi d’odio) non devono più essere usati. I sodali di cui si è circondato hanno mostrato uno zelo particolare nel seguire le sue linee guida, tanto che il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ordinato la rimozione perfino di qualsiasi riferimento ad “Enola Gay” dai documenti ufficiali, foto comprese. Furia censoria ed ignoranza rappresentano notoriamente una miscela esplosiva e si è arrivati così ad epurare persino il nome del bombardiere da cui fu sganciata la bomba atomica su Hiroshima il 06 agosto 1945. Evidentemente all’ineffabile segretario alla Difesa nessuno si è curato di spiegare che “Gay” era il nome della madre del pilota e non allude all’orientamento sessuale di chicchessia. Ad ogni buon conto Pete Hegseth, in ossequio all’ordine presidenziale di eliminare qualsivoglia programma su diversità, equità ed inclusione nei luoghi di lavoro federali, ha sospeso nell’ambito delle forze armate statunitensi molte celebrazioni, tra cui il Martin Luther King Day, il Giorno della Memoria e il Pride Month, ricorrenza internazionale in cui si celebra l’orgoglio della comunità LGBTQIA+ e secondo fonti interne alle forze armate ha persino cancellato dai siti, e probabilmente anche dagli archivi, i riferimenti alle soldatesse del Women’s Army Corp (prima formazione militare femminile americana nata nel 1942 e sopravvissuta fino al 1978, quando le donne sono state unite ed equiparate agli uomini) e al leggendario 332esimo gruppo da caccia, i Tuskegee Airmen, i piloti afroamericani che si coprirono di gloria durante la seconda guerra mondiale.  
 
Il messaggio è inequivocabile: gli Stati Uniti di Trump non saranno gli Stati Uniti di tutti, ma soltanto degli uomini, bianchi, cristiani ed eterosessuali. Gli altri, donne, transgender, neri, ispanici, asiatici e nativi sono un male necessario, purtroppo da tenersi e possibilmente da cancellare dalla narrazione ufficiale. Escludere le parole per indicarli e definirli, significa di fatto negare la loro esistenza, cancellarli.
 
Una simile campagna di epurazione, condotta con scientificità, mira a sostituire alla realtà l’immaginario suprematista, confacente alla matrice estremista e postfascista della destra tecno–plutocratica di Trump, Musk e Bannon al potere, la quale attraverso la cancellazione dei documenti, la manomissione e la riscrittura di interi capitoli di storia e l’alterazione della memoria collettiva vuole imporre la propria visione e modellare le nuove generazioni al proprio sentire.
 
Inoltre questa rimozione selettiva delle parole sgradite e dei documenti discordanti rispetto alla propria visione e impostazione culturale configura una “cancel culture di Stato”, imposta in maniera autoritaria, senza alcuna trasparenza né discussione democratica. Il mandato elettorale dei cittadini anziché essere lo strumento attraverso il quale le classi dirigenti, partendo dall’osservazione della realtà, accompagnano e regolano i processi di trasformazione in atto della società nel rispetto del pluralismo culturale e della diversità politica, in mano ai leader di questa destra estremista e arrogante diventa l’occasione per imporre una restrizione degli spazi di libertà, per innescare una sorta di retromarcia in direzione pericolosamente oscurantista, reazionaria e finanche teocratica. 
 
Insomma l’attacco diretto al linguaggio inclusivo, non è soltanto una questione di stile o di preferenza, ma un atto politico diretto a delegittimare alcune identità che hanno trovato riconoscimento in conseguenza di un processo durato anni, che ha consentito loro di entrare a far parte di un sentire condiviso sia sul piano scientifico che comune e che ora si vedono rigettate e cancellate in nome di una visione del mondo, delle persone e delle relazioni tradizionalista, discriminante, escludente e stereotipata. L’espressione più icastica ed eclatante di una simile idea è costituita dal folle ed osceno video su Gaza condiviso sui social nelle scorse settimane da Trump, nel quale i diritti fondamentali e la dignità delle persone sono palesemente calpestati e violentati, le donne sono mercificate, presentate esclusivamente come ballerine discinte che accompagnano il presidente degli Stati Uniti, il quale si autorappresenta intento a ballare in una sorta di night club prima di andare a sorseggiare un cocktail in spiaggia con il premier israeliano Netanyahu.   
 
Quanti hanno a cuore il rispetto dei diritti e delle libertà di ogni persona, senza limiti e distinzioni, sono chiamati a reagire con forza e determinazione a tale scempio, a combattere con le armi della partecipazione democratica, della cultura e della scienza questa narrazione retriva che rischia di alterare e deformare gravemente i processi di formazione del consenso e di minare alle basi i principi fondamentali che ispirano e guidano le nostre democrazie.
Pubblicato in Riflessioni

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