“Con onestà e sincero vi dico che finché c'è questo pezzo di merda non parlo con i giornalisti”. A dare prova di un così forbito e raffinato eloquio è Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d’Italia, responsabile dell’organizzazione del partito di maggioranza relativa in Italia e braccio destro di Giorgia Meloni. Destinatario dell’ira funesta del fratellino d’Italia è stato il giornalista del Fatto Quotidiano Giacomo Salvini, reo di aver svelato ai cittadini in un suo libro intitolato Fratelli di chat i messaggi scambiati dal 2018 al 2024 tra dirigenti e parlamentari di FdI, compresa la (il) Presidente del Consiglio. La colpa del giornalista è di aver svolto il proprio lavoro e di aver avuto il pregio (o il difetto, dipende dai punti di vista) di rendere pubblica la matrice neofascista e intollerante dei camerati raccolti in FdI. I sodali di Giorgia Meloni avevano pensato evidentemente che, protetti dal carattere privato della chat, avrebbero potuto dare sfogo alle loro peggiori pulsioni, insultare gli avversari e perfino gli alleati oltre naturalmente i giornalisti, mostrarsi senza ipocrisie per quello che sono veramente e discutere di iniziative e progetti in contrasto con i principi costituzionali, primo tra tutti la limitazione della libertà d’informazione.
Giacomo Salvini, e come lui tutti i giornalisti che fanno seriamente il loro lavoro, ha avuto la colpa di non piegarsi alla narrazione dei potenti di turno, di non farsi intimidire, di non temere possibili ritorsioni e di non avere altri padroni che la propria coscienza e la propria professionalità.
Gli insulti di Giovanni Donzelli sono di una violenza verbale inaudita e gratuita, soprattutto perché provengono da un rappresentante dei cittadini, un parlamentare che dovrebbe dare quotidiana prova di svolgere il proprio incarico istituzionale con disciplina ed onore, come stabilisce l’art. 54 della Costituzione della Repubblica, che siede al COPASIR, la commissione parlamentare che dovrebbe vigilare sulla sicurezza del nostro Paese e invece si comporta come un bullo di quartiere. Altro che destra istituzionale! La vera natura sua e dei suoi colleghi di partito è intrisa di intolleranza e prepotenza: odiano la stampa libera, non tollerano le critiche e reagiscono di fronte al dissenso democraticamente espresso con insulti e aggressioni verbali. Il deputato meloniano successivamente all’accaduto non è stato neanche sfiorato dal dubbio di aver sbagliato e dalla necessità di chiedere scusa, riconoscendo di aver agito in maniera inappropriata e si è semplicemente giustificato affermando di aver pronunciato quelle frasi nell’ambito di una conversazione privata. Dichiarazione questa al limite del ridicolo. Quelle parole inammissibili e indecenti le ha proferite mentre, contorniato dal suo staff, entrava nel Palazzo di Montecitorio, nel luogo dove i cittadini lo hanno eletto a svolgere una funzione di rappresentanza dell’intero Paese e dei cronisti, visto il suo rilevante ruolo politico, gli hanno rivolto legittimamente delle domande. Non si comprende poi come sia possibile scindere la sfera privata da quella pubblica, per cui alcuni atteggiamenti e discorsi appartengono ad uno soltanto dei due ambiti e non afferiscono invece ad entrambi e alla persona unitariamente intesa e lo stesso soggetto possa pensare ed agire per compartimenti stagni che non comunicano e non si contaminano reciprocamente. Peraltro, se anche un tale assunto per assurdo fosse possibile, significherebbe che ci troveremo di fronte ad un’enorme ed inaccettabile manifestazione di ipocrisia, ad un proporsi ai cittadini in maniera ingannevole e distorcente, con l’unico obiettivo di acquisire consensi sulla scorta di una rappresentazione di sé e di una professione valoriale inesistenti. Sarebbe insomma un ignobile e inaccettabile gioco degli specchi, tale da far venir meno il senso stesso della funzione della rappresentanza democratica.
Personalmente condivido quanto affermato dallo scrittore Roberto Saviano, intervenuto qualche sera fa nella trasmissione Otto e mezzo su La7: “Donzelli lo ha fatto apposta, sapeva che c'erano microfoni o addirittura telecamere. Il suo è un messaggio preciso: mandare una chiara valutazione di Giacomo Salvini, il giornalista; in qualche modo voleva fargliela pagare. Cercare di intimidire chi scrive è una prassi comune di questo governo. Le testate giornalistiche oggi sono molto deboli, mancano soldi e lettori, quindi devono attaccare la singola firma, l'individuo, la possibilità di un'inchiesta o un progetto. Questo tipo di aggressione significa peggiorare la vita del cronista, isolarlo, in qualche modo additarlo e dire allo stesso tempo che chi si avvicina a lui o lo legge in qualche modo ne pagherà le conseguenze. È una prassi tipica. Nella chat di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni sapeva che le sue parole sarebbero potute uscire e infatti dice tutto ciò che vuole che esca, fa una figura migliore di altri”.
Un’ultima considerazione è assolutamente doverosa. Giovanni Donzelli sabato scorso aveva criticato la reazione di Romano Prodi di fronte alla domanda della giornalista Lavinia Orefici di Quarta Repubblica sul Manifesto di Ventotene, aveva bollato l’episodio come un’aggressione volgare e sessista nei confronti di una donna che per lavoro stava ponendo una semplice domanda e aveva chiesto l’intervento dell’Ordine dei Giornalisti e della Federazione Nazionale della stampa. L’atteggiamento di Romano Prodi, non violento e paternalistico, da vecchio nonno e facente parte della sua gestualità usuale, è stato sbagliato e inopportuno, tanto che lo stesso ex premier lo ha riconosciuto e si è sentito in dovere di scusarsi con la giornalista,.
Giovanni Donzelli per un comportamento decisamente più grave non si è scusato e non lo farà sicuramente con Giacomo Salvini, semplicemente perché è assai diverso per tempra democratica, caratura politica e senso delle istituzioni rispetto a Romano Prodi.