"Non so se questa è la vostra Europa ma certamente non è la mia".
La maschera è caduta e l’underdog della Garbatella ha mostrato il suo vero volto. Il sogno europeo non le appartiene, le è del tutto estraneo per formazione culturale, storia personale e appartenenza politica, come parimenti è totalmente altro rispetto al suo partito, Fratelli d’Italia, ultima mutazione del Movimento Sociale di Giorgio Almirante che storicamente ha sempre raccolto i cascami della destra più reazionaria e nazionalista e del fascismo mai rinnegato. Dietro le parole di Giorgia Meloni possiamo leggere inoltre la retorica del "prima gli italiani", dei "patrioti europei", del Make America (Europe, Italy) Great Again, il nazionalismo più retrivo di quanti combattono da sempre l’idea di un’Europa unita e le contrappongono la cosiddetta Europa delle nazioni.
Il Manifesto di Ventotene disegna il progetto di una Europa federale fondata sulla libertà, la pace, il lavoro e l’eguaglianza sociale contro ogni nazionalismo. Per questo non è e non potrà mai essere l’Europa di Giorgia Meloni, perché è l’Europa degli antifascisti, di quegli uomini straordinari, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, spediti al confino da Benito Mussolini e dalla dittatura fascista per le loro idee e la loro opposizione ad un regime disumano e liberticida.
Quel manifesto fu scritto mentre la Germania nazista, sostenuta dall’Italia fascista di Benito Mussolini, sembrava aver preso il sopravvento marciando a passo d’oca sul continente europeo, trascinando il mondo intero nella tragedia dei campi di sterminio e nel bagno di sangue della seconda guerra mondiale. Sebbene in quel frangente storico tutto facesse ritenere che l’umanità fosse precipitata irrimediabilmente nel gorgo di un orrore senza fine, in un buco nero in cui non avrebbero più trovato spazio il rispetto della dignità di ogni persona, dei diritti e delle libertà, questi tre uomini seppero alimentare la speranza in una prospettiva diversa. Tuttavia era forte in loro anche la consapevolezza che la sconfitta del nazifascismo, da conseguirsi con la lotta e il sangue dei democratici d’ogni colore e appartenenza, non avrebbe rappresentato un deterrente per scongiurare il riaffacciarsi sulla scena delle forze conservatrici e reazionarie, le quali avrebbero tentato di rialzare la testa, proclamandosi amanti della pace, della libertà e del benessere, soprattutto delle classi più povere e, facendo leva sulla “restaurazione dello stato nazionale”, avrebbero cercato di far presa sul sentimento popolare più diffuso e facilmente adoperabile a scopi reazionari, il “sentimento patriottico”. Il progetto di una Europa unita e federale, con l’abbandono degli stati identitari, rappresentava perciò un antidoto formidabile per impedire il ritorno dei nazionalismi e dei conflitti armati.
“Se è vero che la storia non si ripete, possiamo ritenere plausibile che ami i riverberi, che i pericolosi venti dell’autoritarismo soffino continuamente verso il popolo, alimentandosi nel disagio sociale” (Pier Gariglio). Quanta verità in queste parole! Oggi, a più di ottant’anni dalla sua redazione, in un momento storico segnato dai rigurgiti del nazionalismo, dalle pulsioni autoritarie, dall’affermarsi di una destra estrema dalle chiare venature neofasciste e neonaziste e dal ritorno della guerra in Europa, il Manifesto di Ventotene, scritto in quel carcere dove il regime fascista aveva confinato le menti più brillanti dell’Italia del tempo, è stato vilipeso nell’aula della Camera dei Deputati dalla (dal) Presidente del Consiglio, una delle massime cariche della Repubblica, ma espressione di un partito che fin nel simbolo si richiama al fascismo. Spinelli, Rossi e Colorni, che allora subivano l’oppressione del regime fascista, sono stati accusati di antidemocraticità dagli eredi dei loro carcerieri.
Il tentativo denigratorio messo in atto è semplicemente indegno, una mistificazione di becero livello propagandistico, in quanto Giorgia Meloni ha citato frasi estrapolate a sproposito, decontestualizzate dall’insieme dello scritto tanto da assumere un significato completamente diverso da quello effettivo.
La federazione europea che il Manifesto di Ventotene prefigura è democratica, solidale, fondata sui principi di libertà e giustizia, impegnata a cancellare diseguaglianze e sacche di miseria attraverso riforme sociali ed economiche, un’economia di mercato al servizio dell’uomo e una libera iniziativa regolamentata e indirizzata al bene comune. È esattamente questo il senso delle frasi citate nell’aula della Camera dei Deputati dall’underdog della Garbatella con spirito polemico e il solo obiettivo di accusare il Manifesto di deriva stalinista. Senza contare poi che quelle espressioni corrispondono nello spirito e quasi alla lettera a quanto sancito dall’art. 42 della Costituzione della Repubblica, nata dalla lotta antifascista e su cui Giorgia Meloni ha prestato giuramento.
La stessa critica verso le democrazie imbelli degli anni Venti e Trenta, che non seppero reagire e cedettero alla demagogia nazionalista e all’ascesa dei totalitarismi, nel Manifesto è finalizzata esclusivamente alla presa di coscienza della necessità di adottare tutte le misure necessarie per evitare che quella esperienza torni a ripetersi. Gli antidoti più efficaci sono il libero confronto delle opinioni e un’opera costante di educazione civile e di attivazione della volontà popolare, attrezzando le forze democratiche con gli strumenti necessari per indirizzare la coscienza dei cittadini, provati duramente dalla guerra, verso un processo costituente europeo di stampo federalista, prima che fosse di nuovo rinchiusa nei vecchi stampi degli Stati nazionali.
La (il) Presidente del Consiglio ha cercato di far passare come contenuto pericoloso, antidemocratico e illiberale il Manifesto di Ventotene, ma tale interpretazione non regge ad una lettura seria, onesta e contestualizzata dello stesso e soprattutto dimostra la sua piccolezza etica prima ancora che politica per aver fatto a brandelli uno dei testi sacri del federalismo europeo e della nostra democrazia, al solo fine di piegarlo alle bieche ragioni di una polemica politica di infimo livello.