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La difesa non è sempre legittima

Ott 31, 2021 Scritto da 

 

 

Periodicamente il dibattito politico si infiamma su un tema particolare e complesso: la legittima difesa. Lo spunto è sempre qualche fatto di cronaca, opportunisticamente amplificato e strumentalizzato. Gli ultimi episodi in ordine di tempo sono l’uccisione avvenuta a Voghera di un cittadino extracomunitario, con comprovati problemi psichici, da parte dell’assessore leghista alla sicurezza, il quale aveva l’abitudine di girare armato per le strade cittadine, come se la funzione politica esercitata lo legittimasse ad ergersi a tutore dell’ordine pubblico e quella di due giovani di Ercolano, freddati mentre si trovavano su un’auto parcheggiata nei pressi di un campo di calcetto e scambiati per ladri dal proprietario di una villetta vicina. Spetterà alla magistratura ricostruire esattamente i fatti ed accertare le responsabilità personali.
 
Come sempre in questi casi di moltiplicano le prese di posizione e autorevoli esponenti politici non perdono l’occasione per riproporre le loro singolari argomentazioni in tema di sicurezza e giustizia, per accreditare interpretazioni delle norme fantasiose e per riesumare vecchi slogan elettorali di facile presa sui cittadini, come “la difesa è sempre legittima”, che avvalorano soltanto una loro concezione della funzione dello Stato decisamente primitiva.
 
Tuttavia a preoccupare è soprattutto l’effetto deviante, l’intossicazione prodotta nel corpo vivo della nostra comunità da anni di propaganda politica, tanto martellante quanto scriteriata, sui temi della sicurezza, animata da una prevenuta ed irrazionale ostilità verso il diverso in genere e lo straniero in particolare, da una contrapposizione noi / loro, che hanno costituito il brodo di coltura in cui è maturata ed è stata approvata la legge n. 36/2019, con la quale il Parlamento ha riformato parzialmente la norma del codice penale che disciplina la legittima difesa. È stata impressa una svolta falsamente securitaria alla normativa, che non tiene conto dell’indispensabile equilibrio tra i diritti delle persone coinvolte e che, se nell’immediato ha prodotto e produrrà probabilmente ancora effetti elettorali positivi ai suoi sostenitori, a medio e lungo termine innescherà un processo di disgregazione sociale, ingenererà e consoliderà nei cittadini un senso profondo di sfiducia verso le istituzioni e finirà per legittimare e giustificare il ricorso alla violenza privata e alla giustizia fai da te.
 
Il diritto penale, particolarmente nelle ultime legislature, è stato oggetto di interventi legislativi tecnicamente approssimati ed è innegabile che anche questa riforma ha avuto finalità del tutto estranee all’esigenza di meglio precisare e disciplinare una fattispecie rilevante e delicata. Piuttosto si tratta di una norma manifesto politico, probabilmente viziata da incostituzionalità per indeterminatezza definitoria e per mancato bilanciamento dei beni giuridici in contrasto, oggetto di tutela. Una scelta insomma grossolanamente populista, incapace di incidere concretamente sulla prevenzione dei reati, sull’esigenza di garantire i diritti e le libertà dei cittadini, che solo in apparenza ha cristallizzato il diritto a difendersi tra le mura domestiche (e non solo) e che per giunta ha introiettato nella società un falso sentimento di sicurezza.
 
La legittima difesa è un istituto giuridico che si propone di risolvere il problema della collisione reciproca di due o più interessi generatasi in seguito ad una aggressione ingiusta. È un criterio adottato in tutti gli ordinamenti statali per distinguere il lecito dall’illecito, per riconoscere il legittimo diritto a reagire contro un’aggressione ingiusta. L’argomento è assai delicato e dibattuto, avendo per oggetto lo spazio di libertà concesso dallo Stato al cittadino, l’ambito entro il quale questi può respingere l’aggressione ai propri beni giuridici, la vita e l’intera sfera della sua persona, ivi compresa la proprietà. Tre sono i presupposti affinché possa configurarsi la scriminante della legittima difesa: l’immediatezza della reazione all’offesa portata al bene giuridico tutelato, la necessità intesa come impossibilità di evitare altrimenti l’aggressione e la proporzionalità della reazione all’offesa subita. La materia è sicuramente ostica, ma merita uno sforzo di approfondimento. Al di là del fatto che la difesa può prodursi in un eccesso inammissibile e penalmente perseguibile, in quanto affidata ad una valutazione soggettiva, non dobbiamo perdere di vista che le società democratiche europee si fondano sul disarmo dei singoli, sulla pacificazione dei conflitti attraverso lo spogliarsi del diritto a reagire alla violenza e sull’attribuzione in via esclusiva allo Stato del monopolio dell’uso della forza per la tutela delle persone e del vivere civile comunitario, affidata all’interno alle forze di polizia e all’esterno alle forze armate. Lo Stato moderno fonda la sua legittimità originaria sullo scambio tra la protezione pubblica della vita, della proprietà e degli altri beni giuridici e l’ubbidienza dei cittadini alle leggi. Il possesso delle armi da parte dei privati è un atto di disobbedienza alla legge, un crimine, o comunque costituisce un’eccezione alla regola generale e presuppone una autorizzazione alla loro detenzione da parte dello Stato. In altri termini non siamo in presenza di un diritto dei singoli, ma di una prerogativa esclusiva dello Stato. L’autodifesa armata è un evento da guardare con sospetto, da indagare ed accertare. Considerarla normale significa negare la funzione dello Stato e attestare che la società sta regredendo alla belluinità. La legittima difesa, sotto il profilo normativo, rappresenta poi una scriminante: la norma che la prevede qualifica una condotta, che in sé costituirebbe reato, come lecita e non perseguibile in quanto reazione giusta ad una aggressione ingiusta, al ricorrere ovviamente delle condizioni innanzi indicate e dell’impossibilità di intervenire dello Stato, cui è demandato l’uso legale della forza.   
 
Significativo poi è che l’effetto della riforma non è quello propagandato e sta soltanto costringendo la magistratura ad un continuo sforzo interpretativo della normativa introdotta, affinché la sua applicazione possa essere conforme ai valori inderogabili fissati nella Costituzione della Repubblica, nella quale i principi innanzi richiamati trovano diretta codificazione.
 
La sicurezza dei cittadini passa attraverso non i proclami propagandistici ma l’autorevolezza dello Stato e l’imperio della legge. Contrariamente lo slogan legge e ordine di alcune forze politiche finisce per rovesciarsi in arbitrio e disordine, in una poco rassicurante incertezza e in una diffusa insicurezza.
 
Il vero dramma del nostro paese è la pochezza e l’irresponsabilità di una parte della classe politica, preoccupata soltanto di preservare se stessa, i propri posti e privilegi anziché ricercare il bene comune, anche a costo di minare alle fondamenta la credibilità delle istituzioni per rincorrere facili consensi.
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