Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalita' illustrate nella cookie policy. Chiudendo questo banner o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie, per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

 

 

Si è spenta all’età di 96 anni Licia Rognini, vedova di Giuseppe Pinelli.
 
Caparbia e determinata, per 55 anni ha difeso la memoria di suo marito, il ferroviere anarchico morto nella Questura di Milano, nel dicembre del 1969, cadendo da una finestra del quarto piano durante un lunghissimo interrogatorio nell’ambito delle indagini sulla strage di Piazza Fontana.
 
Licia Rognini era arrivata a Milano con la famiglia da Senigallia nel 1930, quando aveva quasi due anni. Aveva conosciuto Pino Pinelli ad un corso di esperanto, la lingua universale, organizzato dal Circolo Filologico Milanese, si erano sposati in chiesa ed avevano avuto due figlie, Claudia e Silvia. Per contribuire al bilancio familiare, mai abbondante con il solo stipendio del marito, batteva a macchina le tesi di laurea degli studenti universitari. Ad unirli oltre l’affetto era l’ideale di un mondo pacifico e affratellato da un unico linguaggio. Pur non essendo anarchica, come Pino credeva che la sua patria fosse il mondo e la sua legge la libertà.
 
Licia e Pino erano persone semplici, una coppia come tante, animate da grandi ideali, ma la loro storia in quel dicembre del 1969 prese improvvisamente una traiettoria inaspettata e drammatica.
 
Pino Pinelli fu convocato nella Questura di Milano e venne trattenuto per giorni per essere interrogato. In Questura era arrivato dal circolo anarchico Scaldasole a bordo del suo motorino, seguendo l’auto del commissario Luigi Calabresi, il quale stava indagando sul primo atto di terrorismo avvenuto in Italia, considerato l’avvio della cosiddetta strategia della tensione, la strage alla Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano. Grazie ai depistaggi dei servizi segreti deviati, le indagini erano state orientate sulla pista anarchica.
 
L’interrogatorio di Pino Pinelli si protrasse molto oltre le 48 ore previste dalla legge e nella notte tra il 15 e il 16 dicembre del 1969 il ferroviere anarchico “cadde” da una finestra in circostanze mai chiarite.
 
L’annuncio della tragedia fu dato a Licia Pinelli dai giornalisti che bussarono alla porta dell’appartamento dove abitava con Pino Pinelli e le loro due figlie e le venne confermata nel corso di una drammatica telefonata: fu lei a chiamare la Questura di Milano e a chiedere notizie di suo marito.
 
Quella notte segnò per sempre la vita di Licia Pinelli e della sua famiglia. Si ritrovò da sola con due figlie a lottare per sopravvivere ad una tragedia immane, per fare fronte alle inevitabili difficoltà economiche conseguenti alla morte di suo marito e nel chiedere verità e giustizia. Dignitosa e mai doma come solo le donne sanno essere, ha fatto di ogni sua lacrima una parola e le parole possono trasformarsi in pietre. Ha trascorso 55 anni sulle barricate, combattendo con le unghie e con i denti per tenere viva la memoria di suo marito, per lottare contro i continui depistaggi delle indagini su quanto accaduto quella notte nella stanza al quarto piano della Questura di Milano e smentire la montagna di menzogne raccontate sul suo conto, con le quali si è cercato di annichilirlo e di trasformarlo da vittima in carnefice.
 
Improvvisamente il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa e si è lanciato nel vuoto”. Il ferroviere anarchico del circolo del Ponte della Ghisolfa sarebbe crollato alla notizia, ovviamente falsa, che “il tuo amico Valpreda ha parlato”, gridando “è la fine dell’anarchia” e si sarebbe buttato dalla finestra. Si era trattato di un suicidio secondo il Questore, che in una conferenza stampa buttò il suo veleno sulla storia di un uomo probo, il quale credeva nell’anarchia, che non vuol dire bombe ma giustizia nella libertà, sostenendo che il suo alibi, relativo alle ore in cui in piazza Fontana, alla Banca dell’Agricoltura, qualcuno aveva messo la bomba e provocato 17 morti, era caduto.
 
Si trattava di una madornale bugia, così come lo era il coinvolgimento degli anarchici nei fatti del 12 dicembre. Grazie alla tenacia di Licia Pinelli e delle sue figlie e al lavoro di un gruppo di giornalisti, tra cui Camilla Cederna, Giorgio Bocca, Giampaolo Pansa e Corrado Stajano, i quali non si limitavano a ricevere veline ma svolgevano un ruolo di  controinformazione rispetto alle versioni ufficiali dei vertici istituzionali, la pagina di questa tragedia è rimasta aperta per così tanti anni e non si è smesso ancora di cercare la verità. L’unico punto fermo è rappresentato dalla sentenza del 1975, nella quale il giudice D’Ambrosio sostenne la tesi del cosiddetto “malore attivo”, cioè “il collasso che si manifesta con l’alterazione del centro di equilibrio cui non segue perdita del tono muscolare e cui spesso si accompagnano movimenti attivi e scoordinati”. In pratica o per lo stress dell’interrogatorio, o per la cappa di fumo di sigarette, o per il freddo, o per lo stomaco vuoto, Pinelli a un certo punto avrebbe cominciato a barcollare nella stanza fino a cadere giù dalla finestra. Una spiegazione surreale, ma ad oggi l’unica verità giudiziaria sulla vicenda. Quantomeno è stata definitivamente esclusa la tesi del suicidio.
 
Quella sera nell’ufficio del commissario Calabresi, il quale in quel momento era uscito nel corridoio, ma in cui stranamente era presente, insieme ai poliziotti, anche un ufficiale dei carabinieri, è accaduto qualcosa di molto grave, a cui seguirà, tre anni dopo, l’assassinio dello stesso Calabresi, un atto che una persona come Pinelli non avrebbe mai voluto per vendicare la sua morte.
 
Nel 2009, in occasione dell’incontro voluto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, due donne che avevano ugualmente sofferto, Licia Rognini Pinellli e Gemma Capra Calabresi, vedove di due mariti assassinati, si sono ritrovate accumunate dall’identico dolore e dal desiderio inappagato di conoscere la verità su quanto accaduto ai loro cari, lo stesso desiderio che dovrebbe animare ogni autentico democratico affinché vengano spazzate via le ombre oscure che aleggiano sulla nostra democrazia e simili assurde tragedie non accadano mai più.

 

 

Istruttoria del Tar sul dissesto dichiarato dal Comune di Bassiano. Il tribunale amministrativo vuole capire come stanno veramente i conti dell’Ente alla luce del ricorso presentato lo scorso 7 febbraio da ex amministratori, cittadini, associazioni, per chiedere l’annullamento della deliberazione n. 31 del 21 novembre 2023.  “Più volte – segnalavano i consiglieri comunali d’opposizione del gruppo “Bassiano Futura” – abbiamo segnalato all’Amministrazione Onori errori, scorrettezze, illegittimità negli atti. Ma niente, nulla è valso a scongiurare questo esito nefasto per la nostra comunità, fino a poco tempo fa fiore all’occhiello della Provincia e della Regione”. Sotto la lente di ingrandimento del ricorso l’erroneità nello stralcio di una cospicua quantità di residui attivi. Secondo la tesi del ricorso l’insostenibilità della situazione economico-finanziaria del Comune di Bassiano sono state fondate su un incremento del dissesto risultato maggiorato in modo erroneo.

 

 

Come una barchetta in mezzo al mare, che spesso si fa tempesta, il Pd di Sezze nel corso dell’ultimo decennio di rotte e di occasioni ne ha perse tante, anche se la bussola, per qualcuno, è sempre stata perfetta, a piombo, per seguire le correnti giuste e per approdare su mete ambiziose o per garantirsi posti al sole. Negli ultimi anni i tentativi di cambiare comandante e mozzo non è ha sortito grandi risultati, anche se va premiato il merito di chi ci ha messo sempre la faccia. Sta di fatto però che il Pd di Sezze è diventato un partito che fa difficoltà ad essere se stesso, a fare politica e in questo momento opposizione all’attuale amministrazione comunale. E’ un partito che pensa ancora alla grande ma poi è costretto a misurarsi con piccoli numeri, con risultati deludenti e avvilenti. E’ un partito che rappresenta l’ombra di quello che per poco è stato e ha rappresentato. Oggi il partito è stato rimodulato e ritoccato nei suoi organismi direttivi e con alcune presenze che rimangono da sempre, mentre altri storici rappresentanti sono andati via a causa di scelte non condivise, soprattutto dopo l’ultima debacle elettorale.

L’avvocato Luigi De Angelis è uno di quelli che, pur rimanendo un tesserato del Pd, è uscito dal direttivo insieme ad altri storici componenti che hanno aderito da tempo concretamente e pubblicamente alla corrente di Elly Schlein, vincitrice anche a Sezze delle primarie, rispetto ad altri che ne hanno preso le distanze perché non si riconoscevano nell’attuale segretaria nazionale. De Angelis è stato presidente del Pd lo scorso anno per circa un anno e mezzo, è stato segretario della Margherita di Sezze e uno dei fondatori del Pd setino e resta convinto che “la politica è servizio, non uno strumento per l’affermazione personale e per l’appagamento del proprio ego.”  

Acque fortemente agitate nel Pd a tutti i livelli da quanto emerge dalle dichiarazioni dei vertici, a partire da quello che sta accadendo a Frosinone. Si ritorna a parlare di resa dei conti e di correnti che chiedono conto sulle composizioni di commissioni e altro. Sezze sembra aver anticipato i tempi rispetto alle direzioni regionali e provinciali. E’ così?

“Molto sinceramente sono sempre stato sempre estraneo a queste logiche che, secondo me, non hanno nulla a che fare con una politica attenta ai problemi delle persone, che si misurano quotidianamente con un sistema sanitario che non garantisce il diritto alla salute, con una crescente precarizzazione del mondo del lavoro, con l’allargamento della platea dei poveri. Le persone sono prese da questi problemi e si aspetterebbero altro dalla politica. Le rese dei conti tra cacicchi cui assistiamo, servono soltanto ad allontanare le persone dalla politica, che viene percepita come funzionale solo agli interessi personali di alcuni. Il fenomeno dell’astensionismo che cresce ad ogni tornata elettorale lo dimostra. Non so se Sezze abbia anticipato questi fenomeni, ma sicuramente non ne è esente: basti pensare al livello di astensionismo nella nostra città nelle ultime tornate elettorali, ben superiore alle medie nazionali”.

Il gioco delle carte e delle tessere torna sempre di moda quando c’è da dividere il potere. Le correnti nel Pd come in altri partiti ci sono sempre state, hanno generato carriere, eppure a Sezze qualcuno aveva definito la corrente di Elly Schlein addirittura fantomatica. Oggi gli stessi sosterrebbero il contrario?

“Le correnti in un grande partito democratico sono fisiologiche e rappresentano una ricchezza politica e culturale, se contribuiscono a costruire la linea politica. I problemi cominciano quando si trasformano in meri strumenti di controllo del partito, funzionali alle ambizioni personali dei capibastone, e impediscono lo sviluppo di un dibattito aperto e plurale. I pacchetti di tessere, il pesarsi sulla base delle truppe cammellate è un giochino un po’ infantile politicamente parlando. Un partito serio dovrebbe preoccuparsi di allagare la propria base di partecipazione, cercando di essere inclusivo. Personalmente ho sostenuto alle primarie nazionali Elly Schlein come candidata alla segreteria nazionale e sono convinto che è stata la scelta più giusta per il PD, non ultimo perché è stata percepita come una ventata di novità e di cambiamento. Anche a Sezze Elly Schlein ha vinto ampiamente, nonostante fossimo in pochi a sostenerla. È stato un segnale forte che non è stato raccolto a mio modesto avviso e si è scelto di andare avanti senza tenerne conto. È innegabile che dentro il PD ci sono personalità, anche di spessore, che hanno costruito le proprie carriere politiche, anche di alto profilo, grazie alla capacità di barcamenarsi tra una corrente e l’altra, spesso anche piccole, ma in grado di garantire loro ruoli e posizioni negli organismi di partito e in parlamento. Prendo atto, ma è una logica che mi è estranea. Probabilmente è un mio limite personale. Fantomatica la corrente di Elly Schlein? I fatti di queste ultime settimane dimostrano che non è affatto fantomatica. Forse qualcuno avrebbe desiderato che lo fosse, ma tra desiderio e realtà a volte c’è uno scarto notevole. Registro che, e non solo all’interno del PD, l’esistenza di questa area ha creato qualche apprensione, probabilmente perché qualcuno è poco avvezzo al dibattito politico aperto e libero da vincoli di qualsiasi genere. Prima o poi se ne farà una ragione”. 

Cosa è mancato e cosa manca nel Pd di Sezze?

“È dal congresso cittadino del PD di alcuni mesi fa che ho deciso di fare un passo indietro, di stare fuori dagli organismi dirigenti del partito. La mia non è stata una decisione personale e unilaterale, insomma un colpo di testa, ma l’ho condivisa con altri amici e compagni. Non abbiamo lasciato il PD e non intendiamo farlo. Il PD è casa nostra, politicamente parlando, e molti di quelli che hanno fatto questa scelta rappresentano un pezzo importante della storia della sinistra setina. Abbiamo constatato purtroppo che non c’erano le condizioni per la nostra partecipazione. Dopo la pesantissima sconfitta alle ultime elezioni comunali c’era bisogno di un cambio di passo, di costruire un progetto politico serio, capace di proporsi come alternativa alle destre e all’attuale amministrazione. Si è preferito continuare lungo una strada politicamente sbagliata, chiudendo alla possibilità di aprire un confronto serio con il popolo della sinistra sulla linea politica e sul tipo di opposizione da mettere in campo. Non abbiamo mai fatto questioni personali contro nessuno degli attuali dirigenti, ma soltanto di contenuto politico e di progettualità. Un partito non può essere strutturato in maniera autoreferenziale e personalistica. Il PD di Sezze ha perso la presa sul territorio, non è un punto di riferimento per i gruppi e le categorie sociali ed economiche, per i giovani, per le donne, per i lavoratori, per i disoccupati e per le fasce più povere. La credibilità della classe dirigente di un partito come il PD passa attraverso la capacità di dare rappresentanza al tessuto vivo della nostra città. Bisogna ripartire dalla concretezza dei problemi e delle aspettative dei cittadini di Sezze. Serve insomma la politica”.

 

 

Una scossa di magnitudo 2.1 si è avvertita questa notte sui Monti Lepini, poco dopo le 3, con epicentro nel territorio di Bassiano (nello specifico nella zona del prosciuttifico). La scossa è stata avvertita anche nei Comuni vicini, a partire da Sezze e Sermoneta.

 

Riceviamo e pubblichiamo un comunicato stampa del Movimento Civico Sezze Bene Comune.

_________

 

Siamo alla vigilia del quarto anno di un’Amministrazione che doveva essere una “rivoluzione” culturale, si proclamava un cambiamento che doveva riscrivere il modus operandi della politica setina. Dopo aver lasciato il tempo necessario alla costruzione del progetto politico proclamato in campagna elettorale, la consapevolezza che le dinamiche di ragionamento che accompagnano l’amministrazione in carica risultano povere di riflessioni non può più essere ignorata.

Tale premessa è dettata dalla necessità morale e civile di rappresentare un paradosso che si sta consumando in una delle frazioni più popolose del paese e che spesso è stata considerata un territorio di solo passaggio, Sezze Scalo. Desideriamo soffermarci su quello che dovrebbe essere uno dei progetti approvato dalla “Nuova “Amministrazione, che più che un cambiamento sembra una restaurazione delle vecchie modalità di gestione del territorio, azione senza pensiero.  Si fa riferimento in questa nota al progetto che vede la demolizione e la successiva ricostruzione dell’unico centro di aggregazione di Sezze Scalo, l’attuale centro sociale, plesso che fino alla fine degli anni ’80 ha ospitato cinque classi della scuola elementare. Una volta demolito il vecchio edificio di via Puglie, si prevede la realizzazione di un asilo nido comunale, quindi la costruzione di un nuovo edificio con caratteristi non molto dissimili del vecchio.

Da notare che alla fine degli anni ’80 le aule dell’allora scuola elementare, sita in via Puglie nell’edificio oggetto di demolizione, furono trasferite nella sede della Valerio Flacco in via Bari alla luce delle grandi difficoltà di accesso per i bambini che necessitavano di esser accompagnati fin davanti al portone d’ingresso e non potevano esser lasciati al cancello. Se tale progetto fosse stato inquadrato in una più ampia visione di Sezze Scalo e delle caratteristiche di viabilità che la contraddistinguono si sarebbe potuto ragionare in termini diversi. Ci troviamo, invece, nel solito modus operandi che prevede un unico intento quello di attingere ad un finanziamento dei fondi del PNRR, un progetto che manca di una visione urbanistica d’insieme e di conseguenza espone il nostro paese ad un uso improprio dei finanziamenti pubblici. Non risulta un’analisi dei bisogni, non risulta un progetto di fattibilità tecnico-economico e soprattutto sociale per realizzare un progetto dentro un lotto urbanizzato e con una viabilità non adeguata. L’area urbana di Sezze Scalo avrebbe meritato una riflessione più lungimirante, uno studio delle aree dove realizzare progetti senza che questi risultino inaccessibili. Inoltre non va sottovalutata la presenza di due strutture già adibite ad asilo nido, private, a cui il nido in progetto si affiancherebbe come pubblico.

Sarebbe inoltre opportuno ricordare che esiste già una struttura che accoglie la scuola primaria e dove, con la dovuta ristrutturazione si potrebbe collocare il nido comunale. Inoltre, si è perso di vista che il centro sociale ha una funzione polivalente all’interno del perimetro “virtuale” urbano di Sezze Scalo, un territorio in cui non è stato mai sviluppato un serio servizio a favore della comunità. La popolazione di Sezze Scalo è in espansione e l’assenza di servizi “ragionati” rischia di trasformare questo territorio in un dormitorio, le strutture debbono esser pensate per esser accessibili a tutti e non collocate in stralci di terreno ad imbuto senza adeguate vie d’accesso.

Una nota dolente è l’assoluta mancanza di comunicazione tra i cittadini di Sezze Scalo e l’attuale amministrazione, questi nel momento in cui hanno sentito che l’unico spazio comunitario poteva esser demolito da un intervento forzato, non hanno potuto far altro che esprimere un sentimento d’indignazione, che nasce dalla negazione dell’ascolto di una comunità di cittadini che reclama il diritto ad esprimere i propri bisogni e non di divenire oggetto di bisogni politici.

Per chi siede sugli scranni del Comune, una maggiore riflessione sarebbe d’obbligo perché l’ennesima protesta della Comunità di Sezze Scalo non può essere tacciata di strumentalizzazione politica, al contrario, rappresenta un grido di allarme su bisogni cruciali di un territorio ricco e fragile che meriterebbe l’attenzione dei politici.

 

 

 

A unire la cucina dei Monti Lepini e dell’Agro Pontino, comprese le isole, sono le zuppe. Zuppe a cui la Compagnia dei Lepini ha dedicato una ricerca nell’ambito del progetto sostenuto dalla Regione Lazio per le biblioteche, i musei e gli archivi:  “Res Rustica. Agricoltura dei Monti Lepini nel Tempo. Valorizziamo il Passato, Coltiviamo il Futuro”. Realizzata da Roberto Campagna, giornalista e scrittore,  la ricerca verrà presentata sabato prossimo alle 17  presso l’Auditorium Santa Chiara di Priverno.  Oltre all’autore, interverranno: Quirino Brigati, presidente della Compagnia dei Lepini; Alessandro Di Norma, giornalista, autore delle foto che illustrano il libro; Roberto Perticaroli, responsabile dello Slow Food Travel Monti Lepini; Luigi Centauri, presidente del Capol (Centro assaggiatori produzioni olivicole di Latina). Sono diciotto le zuppe “principali” descritte; altre vengono citate o raccontate. Da precisare che in alcuni casi non si tratta di vere e proprie zuppe, ma come recita lo stesso titolo del libro: “Se non è zuppa, è pan bagnato”.  “Tale pubblicazione - ha scritto nella presentazione della ricerca Quirino Briganti, presidente dalla Compagnia dei Lepini - è unica nel suo genere perché analizza usi e costumi, storie ed aneddoti che tratteggiano uno spaccato di vita perduta nei secoli ma che riemerge in sapienti pietanze e in sapori d’altri tempi. Per parafrasare l’autore, il cibo è ricordo e quando mangiamo pietanze così peculiari degustiamo anche le storie che portano dentro”. Le zuppe sono nate contro lo spreco, considerato in passato un vero e proprio orrore. Sono nate per non buttare via il pane raffermo. Ma anche per meglio sfruttare un alimento. Per esempio, la “bazzoffia” fu creata per utilizzare la “carciofella”, una via di mezzo tra il “cimarolo” e il carciofino. In pratica, non essendo possibile né cucinarla nei tradizionali modi perché non è più un carciofo né conservarla come avviene per carciofini, venne impiegata nella preparazione di questa zuppa, le cui origini sono contese da Sezze e Priverno. E tale contesa, così come altre dispute, caratterizza la storia di questi due paesi dei Monti Lepini. Se questa è una rivendicazione fatta da ambo le parti solo a parole, in quella fra la stessa Sezze e Roccagorga sulla “arrapagacornuti” o “rappracornuti” ci sono i fatti a parlare. E i fatti farebbero pendere la bilancia dalla parte di Roccagorga perché in passato, e per molti anni, i suoi abitanti hanno organizzato la “Sfilata dei cornuti” in cui venivano festeggiati i mariti traditi. E questa zuppa prende proprio il nome dal modo in cui questi mariti venivano “rabboniti”, “placati” dalle mogli. La zuppa di lenticchie di Ventotene invece è legata, per certi versi, al confinato politico. Probabilmente Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e Altiero Spinelli festeggiarono il progetto del Movimento Federalista Europeo con una bella mangiata di tale zuppa. Mentre la zuppa di pesce custodisce un passato di miseria: a Terracina le massaie, quando il pescato, per un motivo o per un altro, scarseggiava, la preparavano con i sassolini che raccoglievano lungo la spiaggia. Infine la “panada friulana” e la zuppa di fagioli “alla veneta” testimoniano l’arrivo in Agro Pontino delle popolazioni dell’Altitalia ai tempi della Bonifica. Per ognuna delle diciotto zuppe, oltre a essere state abbinate a un vino del territorio, perlopiù ottenuto con uve di vitigni autoctoni, viene indicato l’olio con cui arricchirla a crudo. Gli oli scelti sono quasi tutti prodotti con olive della cultivar “itrana”, tipica dell’Agro Pontino. Oli dal fruttato medio-intenso, dal tipico sentore di pomodoro verde, con un equilibrio al gusto tra l’amaro e il piccante.                     

Sabato, 09 Novembre 2024 18:43

Noi ci prendiamo cura di voi

Scritto da

 

 

Noi ci prendiamo cura di voi… È possibile effettuare in loco gli accertamenti diagnostici ed avere un quadro completo della situazione clinica, senza dover attendere i tempi lunghi del Servizio Sanitario pubblico”.
 
Il messaggio che si legge sul sito di THERAPIA S.r.l., società che gestisce tre poliambulatori a Bitonto, è chiaro e, per quanto sia sgradevole, fotografa la cruda realtà della sanità pubblica del nostro Paese, abbandonata a se stessa, senza risorse e sotto organico di medici di base ed ospedalieri, di infermieri costretti a turni massacranti e pagati in maniera inadeguata e dove i Pronto Soccorso sono autentici gironi infernali. In questi ultimi anni la situazione è progressivamente peggiorata e a farne le spese sono tanti cittadini comuni, privi delle possibilità economiche di rivolgersi alle strutture private per eseguire esami ed essere curati. Spetterebbe alla politica, in particolare a quanti sono investiti del compito di governare i territori e l’Italia, trovare soluzioni concrete, a cominciare dal reperire le risorse per invertire la rotta e garantire il diritto alla salute, formalmente riconosciuto nella Costituzione della Repubblica e mai attuato interamente. L’esperienza della pandemia sembrava aver fatto prendere coscienza della necessità di aprire una fase nuova per la sanità pubblica, ma ben presto le grandi promesse sono state archiviate e dimenticate, nulla è cambiato e la sanità è soltanto un ottimo argomento propagandistico per confondere i cittadini in questa sorta di campagna elettorale permanente che è la politica odierna.
 
La destra al governo non sembra minimamente preoccupata dello stato della sanità pubblica. La riduzione delle risorse in termini assoluti destinate a curare i cittadini e l’eliminazione dalla manovra del piano di assunzioni straordinario rappresentano la prova lampante della volontà dell’attuale maggioranza di non cambiare nulla e allo stesso tempo di favorire la sanità privata e garantirne sempre maggiori guadagni.
 
Se tutto ciò è inaccettabile, ancor di più è assolutamente vergognoso che un parlamentare della Repubblica, autorevole esponente di Fratelli d’Italia, partito di maggioranza relativa, sia stato chiamato a far parte del Governo per occuparsi di sanità e, anziché risolvere per esempio il problema delle liste d’attesa, come proprietario del 10% delle quote della società che gestisce tre poliambulatori, inviti i cittadini ad andare a curarsi nelle proprie strutture. È già imbarazzante che un sottosegretario al ministero della Salute abbia quote in una clinica privata, ma fa arrabbiare che quella stessa clinica faccia pubblicità denigrando il Servizio Sanitario nazionale, sostenendo che non funziona.
 
Quattro milioni e mezzo di italiani rinunciano a curarsi ogni anno e svariati altri milioni sono costretti a indebitarsi per accedere a visite e esami, per fare privatamente terapie, interventi e prevenzione che gli ospedali pubblici rinviano di mesi e anni e il sottosegretario alla Salute si arricchisce. Liste d’attesa e mancanza di investimenti saranno pure un dramma per gli italiani, ma sono un business per il Fratello d’Italia, sottosegretario al ministero della Salute, il quale ha peraltro ottenuto una legge che delega alle farmacie (guarda caso lui è farmacista) attività mai concesse prima. 
 
Siamo molto oltre il conflitto di interessi e la Presidente del Consiglio, come sempre accade quando le situazioni non le aggradano, si rifugia in un distaccato silenzio, si guarda bene dal commentare, dallo spiegare come abbia potuto nominare in un ruolo così delicato di amministrazione della sanità pubblica, una persona così esposta nel settore della sanità privata e figuriamoci dal prendere qualsivoglia iniziativa che nel caso specifico dovrebbe essere l’allontanamento del sottosegretario dal governo. Una eventualità questa peraltro da escludere, visto che Marcello Gemmato è un suo fedelissimo nel partito e un suo amico personale, che tutti gli anni organizza per lei e la sua famiglia le vacanze in Puglia.
 
Giorgia Meloni dovrebbe farsi un giro alle file dei CUP e nei Pronto Soccorso per constatare di persona la disperazione di quanti non riescono a curarsi, ad avere l’esame diagnostico di cui hanno bisogno, anche quando i medici indicano l’assoluta urgenza, come succede per i pazienti oncologici. Si accorgerebbe che al di là della retorica populista ed identitaria di cui si ammanta, del vittimismo ormai stucchevole cui ricorre quando non ha argomenti per replicare alle critiche, della ricerca continua di capri espiatori, dei proclami e della propaganda con cui cerca di distrarre l’opinione pubblica e di nascondere i fallimenti del suo governo e della spinta all’occupazione, a livello parossistico e predatorio, di tutte le casematte del potere secondo una logica familistica ed amicale, c’è un Paese reale da governare, molteplici problemi da affrontare e il bene comune da perseguire.
 
Il problema è che la destra al governo non ha un progetto per l’Italia, ma anche le opposizioni stentano a metterne in campo uno alternativo, credibile e convincente.
 
E in questo marasma a rimetterci sono solo i cittadini.

 

 

Il Circolo Fratelli d’Italia  di Sezze, tramite il suo consigliere comunale Serafino Di Palma chiede all’amministrazione comunale guidata dal sindaco Lidano Lucidi “trasparenza e azioni concrete per un territorio sicuro e funzionale”. E lo fa protocollando diverse interrogazioni che si spera verranno discusse nel prossimo Question Time del Comune di Sezze.

La prima interrogazione riguarda il Centro sociale di Sezze Scalo “Questa amministrazione ha deciso senza coinvolgere la frazione e gli iscritti del centro sociale che si troveranno privati di uno spazio fondamentale per un periodo prolungato. Chiediamo chiarezza e considerazione per la nostra comunità”. Il sindaco Lucidi infatti vuole demolire la vecchia struttura per farne un asilo nido.

La seconda interrogazione presentata da Di Palma riguarda il dissesto idrogeologico e le condizione del Torrente Brivolco :“Le condizioni del torrente  - si legge nell’interrogazione - richiedono interventi urgenti per la messa in sicurezza. Non possiamo più permettere che l’incolumità dei cittadini venga trascurata. Esigiamo risposte chiare e interventi concreti”.

Il Circolo Fratelli d’Italia  di Sezze interviene poi sulla condizione delle strade, molte delle quali dissestate. “Le strade del nostro Comune – così nell’interrogazione - danneggiate anche dai continui lavori di Acqualatina, sono ormai un pericolo per tutti. È il momento di agire per ripristinare sicurezza e vivibilità, e chiediamo all’amministrazione di illustrarci quali misure intende adottare”.

Infine è stata presentata una interpellanza sullo stato dei lavori del Piazzale della stazione ferroviaria: “Quando verranno conclusi i lavori di riqualificazione? I disagi per i cittadini continuano, e non è accettabile che questa amministrazione rimanga in silenzio”.

 

il consigliere comunale Serafino Di Palma

 

Negli incontri di judo la vittoria è annunciata da un grande tonfo, si tratta del rumore sordo del corpo dell’avversario che sbatte sul tatami, il tappeto giapponese sul quale si svolgono gli incontri. In quel momento l’atleta vincente però non esulta, mantiene la compostezza e attende che l’avversario sconfitto si rialzi per scambiarsi il Rei, il tipico inchino della cultura asiatica. Solo dopo gli è consentito di mostrarsi felice.
 
Tuttavia accade che non tutti gli atleti, nonostante la vittoria, possono essere felici, magari perché il Paese che rappresentano nella competizione sportiva, nega loro il diritto di esserlo, come accade a Leila Housseni, la judoka protagonista del film Tatami – Una donna in lotta per la libertà.
 
Guy Nattiv e Zar Amir, un israeliano e una iraniana, firmano la regia di un film di straordinaria forza espressiva che, raccontando la vicenda personale di una judoka iraniana, preparatasi a lungo e tra mille difficoltà per partecipare ai campionati del mondo di Tiblisi, ci fa immergere nella cruda realtà di un regime asfissiante, che spegne ogni libertà e ogni possibilità di iniziativa personale.        
 
Protagoniste del film sono due donne, Maryam Ghambari, allenatrice e mentore di Leila Housseni, bellissima e testardissima campionessa che insegue il sogno di conquistare la medaglia d’oro e non è disposta a rinunciarvi per nulla al mondo. Due donne apparentemente diverse, si scontrano, si confrontano, si sostengono, si allontanano e infine tornano a solidarizzare tra loro.
 
Leila e Maryan le incontriamo per la prima volta sul pullman, in viaggio verso la capitale della Georgia, dove si stanno tenendo i campionati mondiali di judo, insieme alle altre atlete della nazionale femminile.
 
A Tiblisi tutto sembra andare nella direzione sperata. Leila Housseni è in grande forma ed è determinata a perseguire il proprio sogno. Vince in scioltezza i primi due incontri e sembra destinata ad arrivare fino in fondo nella competizione. La medaglia d’oro è una prospettiva molto concreta e niente potrà impedirle di ottenere un così prestigioso risultato. Niente, a parte il governo del suo Paese. Infatti quando appare sicuro che proseguendo nella sua marcia trionfale Leila Housseni si troverà a dover gareggiare con l’atleta israeliana, il regime di Teheran decide di intervenire, di fermare la sua corsa verso il podio più alto, a qualunque costo e con qualsiasi mezzo.     
 
Il governo degli ayatollah inizia a fare pressioni sull’allenatrice, la quale in un primo momento cerca di opporsi come può a quella assurdità, ma poi è costretta a cedere a causa delle minacce sempre più forti verso lei e la sua famiglia. Leila Housseni deve fingere un infortunio e ritirarsi. Tuttavia le pressioni e le minacce si scontrano con la determinazione a non cedere alla richiesta del regime della giovane judoka. Forte del sostegno del marito, che è rimasto in Iran e che, venuto a conoscenza di quanto sta accadendo riesce a scappare e a mettersi in salvo con loro figlio, Leila Housseni decide che è giusto rischiare tutto, non solo la sua carriera di atleta ma soprattutto la sua stessa vita. Così con un grande scatto di orgoglio si trasforma nella paladina coraggiosa della battaglia per la libertà, contro l’oppressione e l’ingiustizia del regime islamico che distrugge le vite e il futuro.
 
Tatami – Una donna in lotta per la libertà è la storia di una piccola grande rivoluzione, un film emotivamente potente, bellissimo e terribile per quello che racconta, di una attualità bruciante e soprattutto capace di dimostrare che la storia la fanno le donne e gli uomini comuni e non esclusivamente i potenti e gli eserciti. Soprattutto apre uno spaccato sulla società iraniana e ci aiuta a cogliere appieno il ruolo in prima linea delle donne nella battaglia per il cambiamento, per la libertà e i diritti civili e politici che si sta combattendo in Iran. Orgoglio, testardaggine e ribellione sono armi capaci di minare le basi e in prospettiva di far esplodere il regime islamico. Opporsi ai regimi liberticidi implica sempre un prezzo altissimo da pagare sul piano personale. Mettere a rischio la propria vita e le proprie sicurezze, rinunciare ai propri sogni e al proprio piccolo mondo egoistico è però a volte l’unico modo per cambiare veramente le cose. Pertanto la lotta fisica sul tatami di Leila Housseni si fa metafora della lotta psicologica, politica ed esistenziale che trascende la sua individualità. La scelta di girare il film in bianco e nero non è estetica, ma universalizza questa idea, materializza la natura estrema del riscatto ed è funzionale a rendere appieno la drammaticità della vicenda narrata, dei risvolti e delle conseguenze terribili che si prospettano per quanti osano ribellarsi al regime e a trasmettere tutto il rigore della denuncia politica che lo anima e lo caratterizza.
 
I registi, Guy Nattiv e Zar Amirhanno, hanno unito le proprie diversità, le proprie appartenenze apparentemente così distanti e conflittuali e si sono scoperti affratellati nella condivisione dell’arte, dell’estetica e del cinema, offrendoci un racconto, scarno, diretto, sofferto e sincero, che anche grazie alle potenti interpretazioni delle due protagoniste, ne fanno un vero tesoro e un bellissimo esempio di cinema civile, che colpisce le coscienze e i cuori degli spettatori.

 

 Il Centro Sociale di Via Puglie a Sezze scalo ha i giorni contati. Una determina approvata nei giorni scorsi ne sancisce la demolizione per la realizzazione di un nuovo Asilo Nido comunale per un importo totale di spesa di oltre 1,3 milioni di euro. L’unico centro sociale per anziani verrà demolito per realizzare un secondo asilo nido per il centro abitato dello Scalo. L’attuale Centro Sociale venne ristrutturato e inaugurato nel 2001 dall’allora amministrazione comunale guidata da Giancarlo Siddera.  Non condivide la decisione di demolirlo, presa della Giunta Lucidi, il capogruppo del Pd di Sezze Armando Uscimenti, nel 2001 assessore ai servizi sociali e presente al momento del taglio del nastro. “Non sono contrario alla realizzazione di asili nido – afferma Uscimenti - ma non condivido la decisione di demolire una struttura storica di Sezze Scalo e che fino a pochi anni fa era il centro nevralgico delle attività per la terza età. In quel centro si tenevano molte attività per gli anziani, corsi di ballo, ginnastica dolce e altre iniziative che il Comune di Sezze ha sempre promosso per questo centro. Adesso si vuole demolire l’unica struttura per gli anziani presente a Sezze Scalo per nascondere il fallimento prodotto da una scarsa programmazione per gli anziani. E’ una struttura  infatti dove da un paio di anni non si fanno più attività e quindi per questa amministrazione comunale deve essere demolita per realizzare un altro asilo nido. Si tratta di una decisione insensata. Non è dato sapere poi - chiude Uscimenti -con quali risorse economiche questa amministrazione comunale provvederà a realizzare la nuova struttura”.  

Pagina 8 di 147