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Domenica, 23 Giugno 2024 06:26

Satnam Singh, morto di caporalato

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Finché l’uomo sfrutterà l’uomo, finché l’umanità sarà divisa in padroni e servi, non ci sarà né normalità né pace. La ragione di tutto il male del nostro tempo è qui”.
(Pier Paolo Pasolini)
 
È uno stillicidio quotidiano, che si consuma nell’indifferenza generale.
 
Assuefazione ed inettitudine sembrano prevalere dinanzi al numero inarrestabile di morti e feriti sul lavoro, una realtà considerata ormai normale, un prezzo da pagare tollerabile. Poco importa se invece possiede i tratti e la sostanza della disumanità, se le persone cessano di essere considerate tali e diventano esclusivamente ingranaggi di un meccanismo produttivo, svuotato di finalità che non siano il perseguimento del profitto, obiettivo da conseguire ad ogni costo e per il quale sono sacrificabili vita ed integrità fisica dei lavoratori.
 
Il cinismo economicistico è un pozzo senza fondo che si alimenta di se stesso, che si autogiustifica anche quando assume i tratti inconfondibili e inconfutabili della più rivoltante barbarie. 
 
Sui campi dell’agro pontino un gran numero di braccianti agricoli lavora dall’alba al tramonto, sotto il sole cocente, in condizioni di sfruttamento. Alle cinque del mattino li incontri già in bicicletta e fanno ritorno a casa quando il sole è calato da un pezzo. Dodici, quattordici ore di durissima fatica alle dipendenze di un datore di lavoro che devono chiamare “padrone”. Ribellarsi è impossibile, pena la perdita del lavoro e l’allontanamento. Per sopportare la fatica, il dolore alla schiena e alle mani, le frustrazioni psicologiche, le violenze fanno uso sovente di oppio, metamfetamine ed antispastici. Insomma considerati alla stregua delle bestie da soma, queste donne e questi uomini si drogano per lavorare come schiavi e permetterci di imbandire le nostre tavole.
 
Schiavitù non è avere necessariamente una catena alla caviglia.
 
Schiavitù è violazione dei diritti umani.
 
Schiavitù è essere impossibilitati ad esercitare i propri diritti di persone e lavoratori.
 
Schiavitù è non essere liberi di denunciare pubblicamente la propria condizione.
 
Schiavitù è la negazione dei diritti sociali.
 
Schiavitù è essere vittime di un sistema di sfruttamento organizzato.
 
Schiavitù è non avere la busta paga di cui si ha diritto ma solo di qualche centinaio di euro, qualche volta integrata con una manciata di soldi in nero.
 
Schiavitù è essere vittime di incidenti automobilistici mentre si percorrono strade pericolose in bicicletta.
 
Schiavitù è morire di lavoro.
 
Schiavitù è, in caso di infortuni, essere scaricati nelle vicinanze del pronto soccorso, con l’accompagnatore che si allontana in fretta per evitare di essere identificato.
 
Schiavitù è essere abbandonati per strada feriti e agonizzanti, come cose ingombranti, rifiuti inutili di cui disfarsi, senza pensarci troppo e senza pietà.   
 
Quanto accaduto qualche giorno fa a Satnam Singh, operaio di nazionalità indiana di 31 anni, è spaventoso. Coinvolto in un incidente sul lavoro in un’azienda agricola vicino a Latina, è stato agganciato infatti da un macchinario avvolgi plastica a rullo trainato da un trattore, anziché essere soccorso è stato caricato sul furgone dei caporali e scaricato poi in strada, davanti all’abitazione dove viveva con la famiglia, a chilometri di distanza. È stato abbandonato senza un braccio, lasciato dentro una cassetta per la raccolta degli ortaggi in mezzo ai campi, e ferito agli arti inferiori.
 
Soccorso con drammatico ritardo e trasportato in eliambulanza all’Ospedale San Camillo di Roma, Satnam Singh non ce l’ha fatta. Il tempo trascorso tra l’incidente e l’intervento dei sanitari gli è stato fatale.   
 
Satnam Singh non aveva uno straccio di contratto di lavoro.
 
Non siamo di fronte alla scena raccapricciante di un film dell’orrore e tantomeno solo all’ennesimo incidente sul lavoro, di per sé gravissimo, preoccupante ed evitabile se venisse rispettata la legge e garantita la sicurezza dei lavoratori, ma a qualcosa di raccapricciante, alla barbarie dello sfruttamento che calpesta la vita, la dignità e la salute delle persone e soprattutto alla violazione di ogni elementare regola di civiltà.
 
La Procura della Repubblica di Latina ha aperto un’inchiesta. È importantissimo che venga ricostruita la vicenda e si accertino le responsabilità personali di tutti coloro che sono coinvolti.
 
Tuttavia non basta, non può bastare.
 
È finito il tempo dei silenzi, delle lacrime e delle parole di circostanza rigorosamente del giorno dopo di istituzioni troppo spesso inerti e di certa politica che non assume mai posizioni nette temendo di perdere consensi, d’alienarsi le simpatie di quanti tirano le fila del caporalato e di quella parte dell’imprenditoria agricola che ricorre al lavoro nero.
 
Sono silenzi, lacrime e parole che fanno male.
 
Sono silenzi, lacrime e parole di chi non ha credibilità e dignità ed ha perduto la propria umanità.
 

 

 

Nella mattinata di oggi a Sezze, i Carabinieri della locale Stazione intervenivano per una un furto aggravato avvenuto a un locale di Sezze (LT). Ignoti, previo il danneggiamento alla porta, si introducevano all’interno dell’esercizio commerciale e asportavano, dal registratore di cassa, alcune monete.

 

 

Il 7 giugno 1984 Enrico Berlinguer, durante un comizio elettorale a Padova in piazza delle Erbe, organizzato in vista delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, ha un malore. Il segretario del PCI conclude faticosamente il suo discorso e subito dopo viene ricoverato in ospedale. Le sue condizioni appaiono critiche, tanto che di li a poco entra in coma e muore l’11 giugno. Il 13 giugno a Roma viene celebrato il funerale politico più imponente della storia della Repubblica: due milioni di persone scendono in piazza per rendere omaggio ad uno dei più grandi statisti italiani. La commozione è enorme e tocca donne e uomini di ogni schieramento.  
 
Enrico Berlinguer nasce il 25 maggio 1922 a Sassari ed inizia la sua carriera politica a quindici anni, entrando in contatto con i gruppi antifascisti, seguendo l’esempio del nonno Enrico e del padre Mario, oppositore fin dal 1922 del fascismo. Nel 1943 aderisce al PCI e diventa segretario della sezione giovanile della sua città. Arrestato con l’accusa di essere l’istigatore dei moti popolari antifascisti, resta in carcere cento giorni. Nel 1944 a Salerno conosce Palmiro Togliatti e viene chiamato a Roma alla segreteria nazionale della federazione giovanile comunista. Negli anni successivi diviene membro del Comitato Centrale e della Direzione del partito e segretario della Federazione Giovanile del PCI, incarico che lo porta alla presidenza della federazione mondiale della gioventù democratica. Vicesegretario del partito con Togliatti e in seguito responsabile dell’organizzazione, è eletto deputato nel 1968. Nel 1972 assume l’incarico di segretario nazionale del PCI fino alla sua morte. 
 
I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”.
 
È il 1981 quando Berlinguer, nella famosa intervista concessa a Eugenio Scalfari e pubblicata su Repubblica, pronuncia queste parole di eccezionale attualità per questo nostro tempo in cui la politica sembra aver smarrito se stessa e il senso della sua missione. Il cuore del ragionamento di Berlinguer è politico e la questione morale che pone al centro del dibattito pubblico non ha nulla a che fare con l’idea astratta di onestà o integrità morale, tantomeno è riducibile alla semplice questione giudiziaria, al coinvolgimento di esponenti politici in inchieste e processi, in quanto tali aspetti rappresentano la punta estrema di una degenerazione più profonda, la manifestazione della distorsione del rapporto tra potere e politica e della trasformazione dei partiti in comitati al servizio dei leader anziché luoghi di partecipazione.
 
Grazie alla sua lungimiranza, caratteristica propria dei veri statisti, Berlinguer è stato capace di cogliere con ampio anticipo le avvisaglie del processo degenerativo del sistema politico italiano, accentuatosi negli anni più recenti, caratterizzati da radicali mutamenti socioculturali, dalla fine delle grandi ideologie e anche di partiti e movimenti che a lungo hanno dominato la scena politica italiana. 
 
La capacità di lettura delle trasformazioni in atto e del senso profondo degli accadimenti era conseguente alla caratteristica dominante della sua personalità, permeata da un’idea morale alta della vita, ivi compresa quella politica, e dallo spiccato senso del dovere.
 
Berlinguer riteneva che, in ragione dell’esercizio della funzione di uomo pubblico, carico di molteplici responsabilità politiche, non era ipotizzabile una scissione etica tra la dimensione privata e quella pubblica. Questa convinzione profonda spiega appieno il suo impegno incessante nel tenere alto nel partito e in Italia il tema della questione morale. Purtroppo in tanti non vogliono sentire parlare di etica, anzi propugnano l’idea della distinzione e separazione del campo della morale da quello della politica.
 
La scissione tra la politica, intesa per lo più come carriera, successo, potere, forse anche corruzione da un parte e la morale dall’altra, Berlinguer non l’accettava, costituiva l’esatto contrario della sua concezione dell’integrità e la combatteva con tutti i mezzi.
 
Negli anni quanti hanno promosso e sostenuto la stretta interconnessione tra morale e politica sono stati definiti integralisti, moralisti e lo sarebbero realmente se pretendessero di dare agli altri lezioni che poi magari non applicano a se stessi. Il rispetto intransigente dei principi etici deve invece partire dalla concretezza della propria quotidianità, dal non far prevalere mai gli interessi personali o di gruppo sul bene comune.
 
È questa la lezione fondamentale di Enrico Berlinguer, una sfida seria e impegnativa,  personale e collettiva, da raccogliere per costruire una Italia più giusta e solidale, aperta al futuro e inclusiva di ogni diversità.

 

 

Dopo il grande successo della prima edizione, torna l’appuntamento con il Torneo delle Contrade città di Sezze. Il Torneo conserva in sé quello spirito campanilistico paesano, lo sfottò tra gli abitanti delle diverse zone del paese, la competizione sportiva piena di agonismo, ma anche la voglia di convivialità, di voler stare insieme agli amici per divertirsi e passare qualche momento di pura spensieratezza.

La competizione, programmata dal 17 al 30 giugno 2024 presso lo stadio comunale A.Tasciotti, si giocherà in orario serale su un campo di calcio a 5 appositamente delineato per l’occasione. La mission è la partecipazione attiva alla vita comunitaria delle contrade che costituisce per i giovani una scuola di volontariato, una palestra dove esercitarsi al confronto civile anche con le generazioni più anziane e conseguentemente al rispetto delle regole sociali.

Per questo motivo, il comitato organizzatore, composto dalla Vis Sezze e da un rappresentante per Contrada, ha deciso che la somma raccolta attraverso le iscrizioni e le sponsorizzazioni, non andrà alla contrada vincitrice, ma bensì sarà destinata ogni anno ad una contrada differente per il finanziamento di un progetto. Lo scorso anno la contrada Casali beneficiò della somma raccolta per il ripristino della copertura della statua situata presso la Madonna della Valle, danneggiata in precedenza dalla forte alluvione che colpì il quartiere nel Giugno 2023.

Quest’anno il progetto più meritevole è stato individuato per la contrada Colli e per l’occasione saranno realizzati due interventi. Il primo prevede l’acquisto di un defibrillatore automatico che verrà installato presso la sede dell’ufficio postale dei Colli, da anni al servizio di tutte le colline Setine con un bacino d’utenza pari al 30% della popolazione del comune di Sezze. Il secondo invece porterà alla realizzazione di 6 cartelli il legno dolomitico che delineeranno e descriveranno il tratto di Via Francigena che dalla località Sedia del Papa arriva fino a Ceriara di Sezze. L’associazione “Colli per la salute pubblica” ne curerà la gestione negli anni a venire, dandoci la certezza che il tutto verrà mantenuto con estrema cura.

Entrambi gli interventi, seppur realizzati presso la contrada Colli, saranno di enorme utilità per l’intera comunità Setina e per i numerosi turisti che passeggiano sulla via Francigena!

 

 

 

Grande giorno di festa a Sezze per nonna Filomena che oggi spegne 100 candeline circondata dall’affetto dei suoi familiari. Un secolo di vita fatto di sacrifici, di rinunce ma anche di tante soddisfazioni e amore. La signora Filomena Botticelli è stata testimone di un secolo che ha visto la guerra, la rinascita della società, il boom economico fino alla rivoluzione digitali dei nostri giorni, dove tutto sembra essere diventato superficiale. Nata nel 1924 a Sezze, frequenta il terzo avviamento, dopo la guerra presta servizio in parrocchia e diventa socia dell’Azione Cattolica. Nel 1946 sposa Ignazio Ciarlo, nel 1957 si trasferisce a Roma, per ritornare poi nella sua Sezze solo nel 2010. Con lei oggi i suoi figli, la nipote di primo grado di 92 anni e le altre nipoti di seconda generazione. Anche l’amministrazione comunale ha voluto festeggiare nonna Filomena con la presenza del sindaco di Sezze Lidano Lucidi. E allora tanti cari auguri anche da parte della nostra redazione.  

 

 

Riceviamo e pubblichiamo una lettera aperta a firma di Rosalba Rizzuto, pendolare.

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Alla ca. di Assessore alla Mobilità e Trasporti del Lazio Fabrizio Ghera
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Direzione regionale infrastrutture e mobilità Filippo Biasi
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Direttore della Direzione Regionale Lazio di Trenitalia Fausto Del Rosso
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Direttore Circolazione RFI Daniele Moretti
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Oggetto: Lettera aperta di un pendolare 2024


Gentili signori,
vi disturbo per chiedervi (ingenuamente) una pubblica assunzione di responsabilità delle conseguenze delle vostre scelte di governance e gestione di un servizio pubblico universale sulpubblico che ne usufruisce. Vorrei, con la presente, solo concentrarmi sulla assoluta mancanza di rispetto per “gli utenti” del servizio ferroviario, inascoltati, ignorati, calpestati, piuttosto che serviti nel rispetto delle leggi italiane ed europee. Avete sentito parlare di quel Reg. CE 1370/2007 che, al punto 9, statuisce che il servizio vada organizzato nel modo più rispondente alle esigenze del pubblico? O di quel DPR 753/1980, che con l’art. 6 dispone che “Le aziende esercenti ferrovie devono essere provviste dei mezzi necessari PER ASSICURARE L'ESPLETAMENTO DEL SERVIZIO” e che con l’art.12 impone che “L'orario e la composizione dei treni nonché l'orario o il numero delle corse degli altri mezzi di trasporto siano stabiliti in relazione alle esigenze del traffico in modo che il servizio sia adeguato alla normale affluenza di viaggiatori, prevedendo che le aziende esercenti adottino tutte le possibili misure per fronteggiare le maggiori esigenze del traffico in determinati periodi o in eccezionali circostanze.”? Fare tagli è per voi assicurare l’espletamento del servizio o organizzare il servizio in funzione della normale affluenza, visto che non pochi dei treni sulla nostra linea sono sempre sovraffollati? Senza dilungarmi troppo sui suddetti tagli del servizio avvenuti nel corso degli anni, - che appaiono vòlti ad aumentare i profitti delle SPA, a fronte dei mancati investimenti, che hanno prodotto ricadute in termini di: privazione di fermate lungo le tratte, eliminazione di treni serali, abolizione del personale di terra, rimozione di adeguamento offerta alla domanda, eliminazione servizi igienici in stazione, assenza di sicurezza sui treni sovraffollati, eliminazione fontanelle nelle stazioni, scomparsa servizio recupero oggetti smarriti, incapacità di gestione delle continue interruzioni di servizio…, il tutto confortato dalla assoluta subalternità della Regione Lazio a RFI e la completa mancanza, all'interno dell’assessorato, di competenze specifiche, - vorrei stimolarvi una riflessione sulle ultime emergenze da voi prodotte sul servizio universale, ormai al collasso. Secondo voi, privare per mesi le linee regionali del servizio ferroviario per “adeguamenti” programmati, ricorrendo a bus sostitutivi, è compatibile con la fruizione del servizio stesso, nella maggior parte dei casi pagato con un anno di anticipo, o è un danno economico ed esistenziale? Secondo voi, pensare di concentrare gli utenti di un treno da 1300 posti su un bus sostitutivo da 40 posti non sembra folle, se non criminale? Ridurre, poi, due treni serali ad un bus sostitutivo, per chi non può permettersi di recarsi a lavoro con auto propria, non potrebbe essere percepito come abuso di potere e violazione del diritto costituzionale alla libera circolazione? Alla luce di queste scelte, così lontane dalle indicazioni del sopra citato Regolamento Europeo, atteso che, come effetto finale, producono un disincentivo per il pubblico a prendere il treno, con la stessa perversa modalità con cui avete soppresso decine di linee secondarie per “bassa frequentazione”, queste scelte si trasformeranno, per chi potrà (e non senza creare disuguaglianze sociali) in un incentivo al ricorso al mezzo privato per il pendolarismo! Aggiungo che, a fronte di sete di nuove linee ferroviarie per poter sottrarsi alle morse mortali del traffico su strade come la Pontina, Regione Lazio e Governo optano da oltre 20 anni per una autostrada a pagamento, per la gioia di cordate private di dubbia etica, e danno pubblico, ambientale, sociale ed erariale conclamato. Dovreste sapere meglio di noi che lo sviluppo del trasporto ferroviario serve proprio agli scopi che tanto decantate ad ogni intervista, campagna elettorale o comunicato politico, come l’abbattimento dell’inquinamento, la riduzione del traffico su gomma e con esso la riduzione di incidenti, di spese mediche e assicurative e di smaltimento di olii, gomme, rottami, ecc. Palesemente, salta all’occhio una politica dei trasporti in totale contrasto con gli obiettivi comunitari di transizione ecologica, di green deal, di riduzione delle emissioni …. ma anche con tutti i proclami preelettorali. Vedete voi.


Cordiali saluti
Rosalba Rizzuto
Roma, 13/06/2024

 

Riceviamo e pubblichiamo la nota del coordinamento di Fratelli d'Italia di Sezze a firma di Mario Sagnelli in merito al risultato elettorale delle Europee a Sezze.

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I 2217 voti ricevuti, pari al 34,24%, dimostrano che un percorso politico basato su coerenza, lealtà e unità viene premiato. Questo successo è merito di tutti coloro che hanno sostenuto la nostra linea politica, credendo in un approccio attento alle esigenze del paese e vicino agli elettori. Un risultato storico che evidenzia come a Sezze l’opportunismo, la poca trasparenza e i cambi repentini di opinione non trovano più spazio. Ringrazio i vertici di Fratelli d’Italia per aver creduto nel circolo di Sezze, così come gli iscritti e i simpatizzanti per il loro impegno e dedizione. Il nostro Direttivo ha lavorato con responsabilità e coesione, aprendosi a tutte le realtà locali e associative, consapevoli che la politica deve avvicinare i cittadini. Grazie a tutti coloro che hanno sacrificato il loro tempo per credere ancora nella politica. Un ringraziamento va infine al nostro Consigliere Comunale, che rappresenta Fratelli d’Italia e guida l’unica opposizione nel nostro paese, e a Impronta Setina per il loro supporto. Sezze sta cambiando, e questo risultato storico deve essere un segnale per tutti. Siamo pronti ad assumerci la responsabilità di rappresentare il primo partito in un paese che ha bisogno di una svolta.

Mario Sagnelli

 

 

Dopo oltre 60 anni la storica attività Snack Bar Stazione di Amerigo Alonzi chiude. Da un paio di giorni i pendolari che ogni mattina si recano a prendere il treno e frequentavano l’attività hanno notato la chiusura del locale che per tutti rappresentava un punto di ritrovo e una tappa fissa. E’ dal 1965 che l’attività Alonzi era aperta al pubblico, prima con Armando Arduini e poi dal 1983 con Amerigo Alonzi. Un bar, una edicola e una biglietteria che diventavano casa la mattina e che ha visto generazioni di setini crescere. Nel corso degli anni tante difficoltà per andare avanti, il colpo di grazia il Covid, e una società diventata troppo liquida che cambia come cambiano le stagioni che non esistono più. Anche la lungaggine dei lavori di riqualificazione della Piazza ha fortemente inciso sul trend o forse è dipeso solo dal ciclo naturale di questa attività che era ormai esaurito. Sta di fatto che il 5 giugno scorso Amerigo e Mimma hanno spento per l’ultima volta le luci di un locale che dal mattino prestissimo alla  tarda sera erano sempre accese. Tanti sacrifici, tanto lavoro, anche momenti difficili per i diversi furti che hanno dovuto subire, insomma una serie di cause e concause cha hanno portato alla definitiva chiusura dell’attività. A Mimma e Amerigo diciamo grazie per esserci stati.

 

 

 

Quando perdi, non perdere la lezione… ma Sezze fa sempre caso a parte. Un'altra scoppola è servita . Ieri notte alle ore 2.41 i risultati ufficiali delle Elezioni Europee. Il primo dato sconcertante che esce dalle urne è quello del calo dell’affluenza, un trend che si conferma ad ogni tornata elettorale purtroppo. A Sezze su 17.763 elettori sono andati a votare solo 6.720 e cioè il 37,83% degli aventi diritto. Sezze dopo Ponza è la città dove in massa sono state disertate le urne, un dato impressionante da non sottovalutare come invece continuano a fare i politici locali.

Tra i simboli di partito invece Fratelli d’Italia si conferma primo partito setino con 2217 voti e con una percentuale di 34.24. Evidente e indicativo il lavoro svolto del coordinamento locale di Fdi. Il Partito Democratico invece si ferma a 1326 preferenze con una percentuale del 20.48 nonostante gli organi di partito rinnovati e l'impegno speso in prima persona del consigliere regionale La Penna. Male anche il partito di Forza Italia, con 884 preferenze e con un 13,65 di percentuale. Mezza maggioranza consigliare e mezza opposizione hanno sostenuto questa bandiera ed il risultato è stato indubbiamente deludente. Un figuraccia barbina. Regge il M5S con 549 preferenze e cala come ovunque la Lega che arriva ad un misero 8 % con 522 voti. Male anche Stati Uniti d’Europa sostenuto da alcuni consiglieri ed ex consiglieri comunali di Sezze perché non va oltre le 366 preferenze. Servirà la lezione? No, già da oggi ci saranno i menefreghisti e chi continuerà a mettere la testa sotto la sabbia.

Domenica, 09 Giugno 2024 06:34

Giacomo Matteotti, martire del fascismo

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Cento anni ci separano da un evento drammatico e cruciale nella storia d’Italia.
 
Il 10 giugno 1924, a Roma, Giacomo Matteotti, deputato e segretario del Partito Socialista Unitario, esce di casa intorno alle 16:30 e si incammina sul Lungotevere Arnaldo da Brescia per raggiungere a piedi, come sua abitudine, la biblioteca della Camera dei Deputati.
 
Il segretario socialista è il più acerrimo oppositore del fascismo ed è ritenuto dal regime un nemico da eliminare. Da qualche tempo viene costantemente pedinato. Quel giorno Amerigo Dùmini, Augusto Malacria, Amleto Poveromo, Giuseppe Viola e Albino Volpi, appartenenti alla CEKA, la polizia politica fascista, istituita per compiere operazioni illegali contro gli oppositori, decidono di entrare in azione. Sono tutti ex arditi, il corpo di élite dell’esercito regio, e convinti mussoliniani. Alcuni dirigenti fascisti li considerano dei violenti, dei balordi e dei criminali infrequentabili, ma ad ogni buon conto sono al soldo del regime, rispondono direttamente alla direzione del Pnf, vengono finanziati con fondi pubblici, provenienti dalla Presidenza del Consiglio, e godono della copertura di Mussolini in persona.
 
Matteotti giunge all’altezza dei sicari. Sull’altro lato della strada c’è un carabiniere, oltre ad alcuni ragazzini che giocano a palla, perciò decidono di aspettare. Lo controllano a distanza, muovendosi lentamente a bordo di una Lancia Lambda nera e finalmente quando la strada si libera, l’auto si blocca, i sicari scendono e si avventano sul deputato socialista, il quale reagisce alla violenta imboscata e tenta di divincolarsi, riuscendo a buttare a terra un aggressore. Gli viene sferrato un pugno sul volto che lo stordisce e lo caricano sull’auto che si allontana rapidamente, mentre viene suonato continuamente il clacson per coprire le urla di Matteotti che, ripresi i sensi, lotta disperatamente nel tentativo di sfuggire ai rapitori. Giuseppe Viola, uno dei sicari, estrae un pugnale e lo colpisce tra ascella e torace. Il deputato socialista muore dopo alcune ore di agonia.
 
Allarmata dall’assenza del marito, Velia Matteotti trascorre la notte insonne, poi chiama la polizia e avverte i compagni di partito. A Montecitorio l’atmosfera è tesa. Mussolini rispondendo a un’interrogazione parlamentare del deputato Enrico Gonzales, il 12 giugno ammette: “Credo che la Camera sia ansiosa di avere notizie sulla sorte dell'onorevole Matteotti, scomparso improvvisamente nel pomeriggio di martedì scorso in circostanze di tempo e di luogo non ancora ben precisate, ma comunque tali da legittimare l’ipotesi di un delitto, che, se compiuto, non potrebbe non suscitare lo sdegno e la commozione del governo e del parlamento”. Il Duce sapeva bene cosa era successo, nel cassetto della sua scrivania conservava alcuni effetti personali insanguinati di Matteotti, consegnategli dai sicari.
 
Il cadavere del segretario socialista, o meglio quel che ne resta, devastato dal tempo e dagli animali, viene ritrovato il 16 agosto nella macchia della Quartarella, nel comune di Riano, a circa 25 km da Roma. Mani e tessuti muscolari non ci sono più e sarà necessaria una perizia odontoiatrica per identificarlo.
 
Il 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti era intervenuto alla Camera dei Deputati denunciando i brogli, le intimidazioni e le violenze che avevano caratterizzato la campagna elettorale e il voto nei seggi nel corso delle elezioni politiche tenute il 6 aprile, dalle quali era uscita vincitrice la lista nazionale fascista. Il suo discorso era stato più volte interrotto da urla e minacce provenienti dai banchi della maggioranza. Il segretario socialista, al termine dell’intervento, ai compagni di partito che si complimentano con lui, aveva detto: “Io il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il mio elogio funebre”. La reazione del Duce alle parole di Matteotti era stata inequivocabile. Rivolgendosi ai suoi aveva detto: “È assurdo che quello lì sia ancora in giro!”. 
 
La notizia dell’omicidio di Matteotti suscita una indignazione fortissima e generale. Il governo sembra sul punto di cadere, ma resiste e anzi questo evento drammatico finisce per segnare la svolta verso la definitiva instaurazione della dittatura. 
 
Nel tentativo di salvare le apparenze e calmare le acque viene messo su un processo farsa a carico dei cinque assassini, che si conclude con la condanna di tre di loro a cinque anni per omicidio preterintenzionale. Saranno poi graziati dal re su proposta del ministro della giustizia Alfredo Rocco.
 
Nel gennaio del 1925, pur continuando a negare qualsiasi coinvolgimento materiale nell’assassinio, Benito Mussolini, in un famoso discorso alla Camera, rivendica la responsabilità storica, politica e morale dell’omicidio del segretario socialista.
 
Passata la bufera, vengono approvate le leggi fascistissime e l’ordinamento giuridico del Regno d’Italia si trasforma nel regime fascista.
 
Matteotti è stato un politico radicato sul territorio e un amministratore locale interessato all’efficacia e correttezza dell’azione amministrativa. L’attenzione alla verità dei fatti, lo smascheramento della falsa propaganda, propalata anche dai più importanti organi di stampa, fu la cifra qualificante la sua azione antifascista. Uomo dalla forte tempra morale e coraggioso, comprese subito che il fascismo non era un fenomeno effimero e lo combatté a viso aperto, tenendo alta la bandiera della libertà coniugata con la democrazia, intesa come equità sociale ed emancipazione delle classi subalterne. Individuò nella difesa delle prerogative del Parlamento l’ultimo bastione della cittadella liberale e democratica, certo fragile, da consolidare e in quel frangente storico assediata dall’estremismo fascista, alimentato dalla borghesia più conservatrice e arroccata nelle proprie paure e rendite di posizione
 
Il regime nell’ucciderlo dimostrò di essere tanto feroce quanto vile.
 
Pensando alla tragica vicenda di Matteotti e a come sorse la dittatura fascista, tornano in mente le parole di George Eliot, scrittrice vittoriana: “Ogni codardo può combattere una battaglia quando è sicuro di vincere; ma datemi l’uomo che si è messo a combattere quando era sicuro di perdere”. 
 
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