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Il presidente USA Donald Trump in campagna elettorale aveva fatto del “free speech” la propria bandiera, ergendosi a paladino della libertà di espressione e della rimozione di ogni limite all’uso delle parole, criticando duramente la “cancel culture” e la cosiddetta censura “woke” e agitando lo spauracchio del classico “non si può dire più niente”. Tuttavia, appena assunto il potere, ha ripudiato tutto e ha rivelato agli americani e al mondo il suo vero volto, il suo essere un aspirante autocrate, estremista ed un intollerante, oltre che un implacabile censore di tutto ciò che non appartiene al suo modo di pensare, tanto che tra i suoi primi atti ha imposto alle agenzie federali di eliminare o comunque di limitare l’uso nei documenti ufficiali, nei siti web e nelle linee guida interne, compresi i programmi scolastici, di parole ed espressioni che rimandano all’idea di inclusione nei confronti delle minoranze, delle comunità marginalizzate e delle donne. Termini come “transgender” o “donne”, “LGBTQIA+” o “crisi climatica”, “cultural heritage” (patrimonio culturale) o “disparity” (disparità), “pollution” (inquinamento) o “hate speech” (discorsi d’odio) non devono più essere usati. I sodali di cui si è circondato hanno mostrato uno zelo particolare nel seguire le sue linee guida, tanto che il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ordinato la rimozione perfino di qualsiasi riferimento ad “Enola Gay” dai documenti ufficiali, foto comprese. Furia censoria ed ignoranza rappresentano notoriamente una miscela esplosiva e si è arrivati così ad epurare persino il nome del bombardiere da cui fu sganciata la bomba atomica su Hiroshima il 06 agosto 1945. Evidentemente all’ineffabile segretario alla Difesa nessuno si è curato di spiegare che “Gay” era il nome della madre del pilota e non allude all’orientamento sessuale di chicchessia. Ad ogni buon conto Pete Hegseth, in ossequio all’ordine presidenziale di eliminare qualsivoglia programma su diversità, equità ed inclusione nei luoghi di lavoro federali, ha sospeso nell’ambito delle forze armate statunitensi molte celebrazioni, tra cui il Martin Luther King Day, il Giorno della Memoria e il Pride Month, ricorrenza internazionale in cui si celebra l’orgoglio della comunità LGBTQIA+ e secondo fonti interne alle forze armate ha persino cancellato dai siti, e probabilmente anche dagli archivi, i riferimenti alle soldatesse del Women’s Army Corp (prima formazione militare femminile americana nata nel 1942 e sopravvissuta fino al 1978, quando le donne sono state unite ed equiparate agli uomini) e al leggendario 332esimo gruppo da caccia, i Tuskegee Airmen, i piloti afroamericani che si coprirono di gloria durante la seconda guerra mondiale.  
 
Il messaggio è inequivocabile: gli Stati Uniti di Trump non saranno gli Stati Uniti di tutti, ma soltanto degli uomini, bianchi, cristiani ed eterosessuali. Gli altri, donne, transgender, neri, ispanici, asiatici e nativi sono un male necessario, purtroppo da tenersi e possibilmente da cancellare dalla narrazione ufficiale. Escludere le parole per indicarli e definirli, significa di fatto negare la loro esistenza, cancellarli.
 
Una simile campagna di epurazione, condotta con scientificità, mira a sostituire alla realtà l’immaginario suprematista, confacente alla matrice estremista e postfascista della destra tecno–plutocratica di Trump, Musk e Bannon al potere, la quale attraverso la cancellazione dei documenti, la manomissione e la riscrittura di interi capitoli di storia e l’alterazione della memoria collettiva vuole imporre la propria visione e modellare le nuove generazioni al proprio sentire.
 
Inoltre questa rimozione selettiva delle parole sgradite e dei documenti discordanti rispetto alla propria visione e impostazione culturale configura una “cancel culture di Stato”, imposta in maniera autoritaria, senza alcuna trasparenza né discussione democratica. Il mandato elettorale dei cittadini anziché essere lo strumento attraverso il quale le classi dirigenti, partendo dall’osservazione della realtà, accompagnano e regolano i processi di trasformazione in atto della società nel rispetto del pluralismo culturale e della diversità politica, in mano ai leader di questa destra estremista e arrogante diventa l’occasione per imporre una restrizione degli spazi di libertà, per innescare una sorta di retromarcia in direzione pericolosamente oscurantista, reazionaria e finanche teocratica. 
 
Insomma l’attacco diretto al linguaggio inclusivo, non è soltanto una questione di stile o di preferenza, ma un atto politico diretto a delegittimare alcune identità che hanno trovato riconoscimento in conseguenza di un processo durato anni, che ha consentito loro di entrare a far parte di un sentire condiviso sia sul piano scientifico che comune e che ora si vedono rigettate e cancellate in nome di una visione del mondo, delle persone e delle relazioni tradizionalista, discriminante, escludente e stereotipata. L’espressione più icastica ed eclatante di una simile idea è costituita dal folle ed osceno video su Gaza condiviso sui social nelle scorse settimane da Trump, nel quale i diritti fondamentali e la dignità delle persone sono palesemente calpestati e violentati, le donne sono mercificate, presentate esclusivamente come ballerine discinte che accompagnano il presidente degli Stati Uniti, il quale si autorappresenta intento a ballare in una sorta di night club prima di andare a sorseggiare un cocktail in spiaggia con il premier israeliano Netanyahu.   
 
Quanti hanno a cuore il rispetto dei diritti e delle libertà di ogni persona, senza limiti e distinzioni, sono chiamati a reagire con forza e determinazione a tale scempio, a combattere con le armi della partecipazione democratica, della cultura e della scienza questa narrazione retriva che rischia di alterare e deformare gravemente i processi di formazione del consenso e di minare alle basi i principi fondamentali che ispirano e guidano le nostre democrazie.

 

di

Pierino Ricci

Per Latina 2032

 

Quanto ci costa la spesa sanitaria?

Nel 2002 c’erano 1.286 ospedali. Ventidue anni dopo sono diventati 996, sempre nel 2002, c’erano cinque posti letto ogni mille abitanti, oggi sono 3,8. Tutto certificato dall’ annuario statistico del servizio sanitario nazionale. Così come la statistica redatta dal ministero della salute delle Regioni, che sono al di sotto dei livelli essenziali di assistenza ( i cosiddetti Lea o Lep ) sono otto le Regioni bocciate in sanità e al di sotto di tali livelli su 21, tra cui anche alcune Regioni del nord ( Prov.aut.Bolzano e Val D’Aosta). Il Lazio si trova al 12 posto (non bene)  ai primi posti vediamo il Veneto e la Toscana e agli ultimi  posti c’è la Val D’Aosta e la Calabria. Queste riduzioni sono anche l’effetto della riorganizzazione degli ospedali e della tendenza ad accorciare i tempi di degenza dei pazienti, ma la domanda è: dove ci porterà l’arretramento della sanità pubblica? Per fare un esempio, nel 2002, il 59 per cento degli Istituti di cura era pubblico e il 41 per cento in capo alle cliniche private accreditate; nel 2023 , la sanità privata è salita al 48,6 per cento. Meno Ospedali e minore offerta di visite specialistiche ed esami diagnostici nel sistema sanitario nazionale. E se il pubblico spende di meno chi paga sono i cittadini. La Corte dei Conti nella sua relazione al parlamento fa un’ analisi impietosa: " Il contenimento della spesa pubblica e il fenomeno delle liste di attesa hanno una spesa sanitaria privata assai elevata, crescente e molto superiore a quella dei paesi europei ".

La spesa diretta a carico delle famiglie è ormai quasi un quarto di quella totale, per un valore di 624 euro a persona. Gli Italiani, spiegano i giudici contabili, tirano fuori di tasca propria molto più del doppio dei Francesi e dei Tedeschi pur avendo un reddito inferiore. Il risultato è l’aumento del numero di persone che per, ragioni economiche, rinunciano alle terapie, ai trattamenti delle malattie croniche, malati oncologici o alla prevenzione ( sono1,6 milioni di malati oncologici e cronici … infatti anche a Latina al nosocomio Santa Maria Goretti sono costretti a fare delle lunghe file sotto l’acqua al freddo per l’assurda scelta fatta dalla Regione Lazio per ritirare i farmaci presso la farmacia comunale dell’ospedale). 

Assistiamo a un vero e proprio cambiamento delle abitudini sanitarie delle famiglie, che tirano la cinghia e limitano visite mediche e accertamenti ( il 4,2 per cento dei nuclei familiari ). Per il sesto anno consecutivo la spesa dei farmaci è aumentata. Nel 2023 ,tutte le famiglie, anche quelle povere, hanno dovuto spendere il 7,6 per cento in più, rispetto all’anno precedente per i ticket e i farmaci non rimborsabili. Se è vero che 473 mila persone, nel 2022, hanno dovuto ricorrere all’aiuto di enti non profit , per 5 milioni di poveri in senso assoluto, il costo di alcune prestazioni sanitarie è proibitivo. E si capisce meglio se si prendono in considerazione le cure odontoiatriche. Le famiglie indigenti spendono per il dentista appena il 2,19 euro al mese, contro i 31,16 euro del resto della popolazione.

Ecco, i nostri politici dovrebbero riflettere e attuare politiche per salvare il servizio sanitario nazionale, la sanità, pubblica, non può più attendere è l’appello anche di 14 personalità del mondo scientifico e della ricerca sanitaria italiana che sono (Ottavio Davin, Enrico D’Alleva, Luca Defiore, Paola Di Giulio, Nerina Dirindin, Silvio Garattin, Franco Locatelli, Francesco Longo, Luca Alberto Mantovani, Giorgio Parisi, Carlo Patrono, Francesco Perrone, Paolo Vineis) tra l’altro sostengono che più fondi al sistema sanitario, tutela anche la coesione sociale… altro che’ l’autonomia differenziata.

 

 

 

Il dialetto non è solo una lingua, ma un ponte tra passato e futuro, un’eredità da custodire con orgoglio”.

Con queste parole il presidente della Pro Loco di Sezze, Carlo Enrico Magagnoli, introduce la “Giornata del Dialetto”, in programma il prossimo 15 marzo prima al centro sociale “Ubaldo Calabresi”, poi all’auditorium comunale “San Michele Arcangelo”. Un evento che vedrà la partecipazione di studiosi, linguisti e ricercatori, impegnati in un confronto sul valore del dialetto setino e delle lingue locali. “È fondamentale – prosegue Magagnoli – che le nuove generazioni riscoprano la bellezza e l’importanza della nostra parlata. Il dialetto racconta la nostra storia, tramanda tradizioni e ci permette di mantenere vivo il legame con le radici”.

La giornata si aprirà alle ore 10 al centro “Calabresi” con i saluti delle autorità locali e dei rappresentanti dell’Unpli nazionale, regionale e provinciale che ha organizzato la manifestazione, il presidente Unpli Lazio Claudio Nardocci, il presidente Unpli provincia di Latina Valter Creo, il consigliere nazionale Unpli Ernesto Fanfoni, prima dell’inizio delle relazioni vedrà uno spazio dedicato a Paola Cacciotti, vicepresidente provinciale che spiegherà nel dettaglio il processo che ha portato alla realizzazione di 11 edizioni dell’evento. A seguire una conferenza con gli interventi di esperti del settore, tra cui il linguista Marco Di Prospero, “Dal Dialetto ai Dialetti: perché il sezzese è la nostra lingua?”, il cultore delle tradizioni setine Piero Formicuccia, “Il Dialetto nelle realtà locali”, lo storico e ricercatore Luigi Zaccheo, “Il Dialetto nell'Italia del 2000”, e Vincenzo Luciani, direttore del centro di documentazione della poesia dialettale "Vincenzo Scarpellino", che relazionerà su “Per la salvezza delle lingue locali del Lazio: fatti e non parole”. Saranno inoltre declamate poesie in dialetto, tra cui quelle di Federico Galtiero per il dialetto roccheggiano e di Minturno.

Il programma prevede anche un momento conviviale con un buffet offerto dalla Pro Loco di Sezze, che proporrà piatti tipici del territorio, e una visita guidata ai luoghi di interesse storico-artistico della città, con visita finale al Museo Diocesano di Arte Sacra. Nel pomeriggio, a partire dalle 16, l’Auditorium San Michele Arcangelo ospiterà un momento di grande spettacolo e coinvolgimento culturale, con declamazioni di poesie dialettali e sketch teatrali a cura di numerose associazioni del territorio. Con la conduzione di Paola Cacciotti e di Isabella Baratta, scrittrice e poetessa, le associazioni Antiqua Setia, Arcadia, Nemeo, Turapitto, Giotto si esibiranno sul palcoscenico insieme a “Chigli De Jo Ròtio” di Cori, “Esso Chissi de Cisterna di Latina”, Dante Ceccarini e Amalia Avvisati per il dialetto sermonetano, Patrizia Stefanelli per il dialetto Itrano, oltre all’esibizione teatrale “Gliù ritratt” in dialetto di Monte San Biagio. “Non si tratta solo di celebrare il passato, ma di costruire il futuro. Proteggere il dialetto – conclude Magagnoli – significa proteggere la nostra identità. E questa giornata vuole essere un invito a farlo, con entusiasmo e partecipazione”.

di

Carlo Luigi Abbenda

 

Questa raccolta di poesie dialettali, nata da trastullo poetico , è ispirata tuttavia alla poesia di un noto poeta dialettale romanesco , di fama nazionale : Gioacchino Belli. 

Le poesie dialettali in sezzese, composte perlopiù durante l’anno giubilare del 2000, riviste e corrette nel corso di questo dicembre 2001 , non sono la semplice traduzione delle poesie religiose del Belli trasportate dal dialetto romanesco a quello sezzese. Infatti queste poesie sono state ricomposte con  una struttura peculiare setina : la rima e l’assonanza di termini sono state tutte rimodellate in dialetto setino.

Oltre a questo aspetto linguistico le poesie sezzesi risentono molto della cultura setina religiosa di un passato non molto remoto , offrendo al lettore spunti di riflessione su usi e costumi locali tramite anche la funzione esplicativa di alcune puntuali note di commento che mano a mano porrò in calce ad  ogni poesia.

 

 

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I vuinchicingo di nuvémbro

 

Fra otto dì , a Santa Catarina

le case ricche mettono le stòle pi'lle scale

da gli létto si levua la cupèrta fina

s'appicciano i fucugni drént' a lle sale.

I témpo che ffarà quélla dumano

Nnatalo lu téta fà talo i qualo.

I lunario, buciardéglio, chi ripòrta ?

La bbrina?

I la bbrina vidarai puro a Nnatalo !

I cuménzono ggià i sunaturi

a ccalà dalle muntagne allo piano

'mbuttichi cu quigli mantégli rattuppachi.

Chi bbelle canzuncine ! Chi bbelle nènie !

 

Pinzate cha i pasturi di Bèttalèmme

li cantòrno spiccicate, tali i quagli

dinanzi a gli prasèpio di Ggiasù Bambino

'n zéme a gli'angiulicchi cu' lli agli.

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

I' primo di dicémbro

 

 Finito è oramai i méso di nuvémbro

stanotte la Madonna aropre dicémbro!

pinsate ca fra quinici iurnate , bèno o malo

cuménza n’chiesa

la nuvèna di Natalo!

 

dapò, sintéte na cica, che succede:

finiscono di sunà i pifferai

e teccote le cummedie e gli carnovalo.

accusì si va nnanze a stu paéso!

 

I dapò quaresima...i dapò Pasqua

cu’ gli ovuo:

i a malapena finisce i ’uttavario

aricumincia la cummèdia, i scinario nouo!

 

Chiappa, n’zomma, i librétto

di gli lunario

i t’accurgi c’a tutto i’anno

tocca méso a Pulicinèlla e méso A Ddio,

senza divario!

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

I otto di dicembro

  

Solo pi oi , Minicuccio méio,

nun sfutticchiamo;

nun sfutticchiamo , no,

facémo orazzione.

 

Nun sai oi che festa celebramo?

la Santa e  Immacolata  Cuncezione.

Tèta pinzà che quando padro Adamo

nun séppe vénce la tintazzione

i si magnaue la mela di quiglio ramo

n’paradiso si sprangaue i’ purtono.

 

Da quel dì madre natura

rimase sempre sotto la cundanna

i n’arisciue pura i santa manco mèsa criatura.

 

Tra tutte li uniugni che Ddio manna

n’ci stètte mai  nu matrimognio casto i puro

si non quiglio di San Giuacchino  i di Sant’Anna.

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

Santa Lucia ( tricidi di dicémbro)

 

ôi è Santa Lucia, ôcchi i cannéle!

Urbi et Orbi fào granne alligria.

Le fémmene chi si chiamano Lucia

ôi si magniano zucchero i  mmièle!

 

dóppo musudì sor Caio offre a tucchi ‘nu pranzo

pi ddivuzzione a ‘sta santa

cu ppasta , vuino i carne di manzo ;

pi fistiggià la guariggione séia ,

pi rimettise dall’ittirizzia ,

da ‘na mmalatia di gli occhi , sèria sèria.

 

Pare che Ddio quattr’occhi ci abbia fatto

a ‘sta santa avucata di gli guèrci :

doua i porta ‘n fronte i doua a gli piatto.

 

Ma pirchémmai, dàpÓ , ni venne

i doua occhi chi ci avanzino a gli piatto

i chi stò pittachi a gli ritratto?

 Teneta sapé : 4 Lucie pi 4 Cantugni,

ogni tridici di dicémbro su prucissiugni.

  

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

La nuvena di Natalo

 

Eh , è propéta vero

a siconda ‘gli guschi, Filumèna !

si fao vuénì i ciechi zampugnari a cantà nuvèna !

Mariuccia i Maddalena

chiamino sempre i carciuffulari

cu gli mucchi ciechi i amari.

Ti dirò ch’a ‘mmì nun mi pare nuvena

si nun sento di gli pifferai  ‘sta cantilena

i ppuro cÓstono assai:

tutta ‘sta musica i tutta ‘sta canzone

cÓsta accomme a ‘na pirdiscione! 

Quando arriva la dì di Santa Catarina

( cioè i 25 di nuvémbro)

che s’arisènte ‘sta manfrina

io arinasco quasci a gli munno

i mi pare d’èsse di’lla terra la riggina.  

Pinzate ‘mpò:

ci stao cèrchi povueri scemi

che i pasturi di notte nu ' volo.

Puvueracci loro!  

Io  ‘nvece, a gli létto mi giro i m’arivuòto

i tra la vueglia i gli sonno mi i gòdo!

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

La viggilia di Natalo

 

Lillò, la viggilia di Natalo

micchite di guardia a gli purtono

di cache munsignoro o cardinalo

i vidarai intrà ‘sta purdiscione.

 

Mò entra ‘na cassetta di turrono,

mò entra ‘nu barilozzo di cavialo,

mò i porco, mò i pullastro, mò i cappÓno,

i mmò ‘nu fiasco di vuino ginuino i bbÓno.

 

Doppo ‘mpò entra i gallinaccio,

apprésso i’abbacchio,

le livue duci , i péscio di Fugliano,

l’oglio di livua, i tonno i l’anguilla di Cumacchio.

 

‘Nzomma fino a nnotte , magni mano,

tu t’accurgiarai, Lillotto caro,

quant’è ddivuòto i popolo cristiano.

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

La fine di gli anno

 

Oi sémo alle trentuna di dicémbro

i ha finito i anno, caro Mattèo,

i  a ogni chiesia tutto i popolo cristiano

pi renne grazzie a Ddio canta i Tadèo.

 

Addumano, dapò, si Cristo ci dà vuita ,

alla stessa cchiesia cu ‘gli prèto

s’intòna n’atra antifona gradita

a  Sa’ Spirto Paraclèto.

 

Ma a cché seruono doppo tutte ‘ste funziugni:

i ogn’anno nòvuo porta cu’ ssé

tanchi atri trugni!

 

Addifacchi , putete puro cantà voi

che ggià Ddio Santo tè , ‘n paradiso,

atre cose da penzà piuttÓsto che ssentì a vvoi!

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

La sculatura di gli 2001

 

Oi , trentuna di dicembro, c’ha ffinita

st’annata negra di BinLadeno,

la cumpagnia fratesca ggiasuita

pi renne grazzie a Ddio canta i Tadèo !

 

Addumano, dapò, si Cristo ci dà vuita ,

a gli stesso cunvènto farisèo

s’intòna n’atra antifona gradita

a  Sa’ Spirto Paraclèto.

 

Ma a cché seruÓno dÓppo tutte ‘ste funziugni:

i distino, arammai, pare già diciso!

ca ogni anno nòvuo è peggio di gli vuecchi!

 

Addifacchi  pu cantà ccquanto tu vvuoi

che ggià Ddio Bbiniditto tè ‘n paradiso

atri iacchi da pilà piuttÓsto che ssentì a vvoi!

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

I bbóno Capo d’anno

 

Bbon capo d’aglio , a llei, sòra Maria!

Accummè! nun s’arisponne ? Le creste vi fanno ?

Eh, oi si téta campà in alligria

senza farese attaccà da niscun malanno.

 

Anzi , i’ stéua a pinzà, senza dice bbucia ,

che facessimo ‘nzéme ‘nu cuntrabbanno:

ca quello che ôi si cumbina , cummare mia

ddapò si seguita a ffà ppi tutto i’anno !

 

Tucchi i guschi tètano èsse missci a coppia

‘sta bella dì; i  pirfino ‘n paradiso

agli sanchi si sèrue piatanza dÓppia.

 

I , lu sai , dapò , pirché i papa ha criato i ggiubbileo?

Pirché Ggiasù Bambino s’a circunciso ,

i Figlio di Ddio s’ha fatto Abbrèo!

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

La viggilia di Pasqua BBifania

 

La Bbifana , a gli figli , è nicissario

di farcila addumano , eh , sòra Tòlla ?

‘N giro a ccumprà ci stà tanta fòlla.

A quigli mei ci la faccio tra otto dì, a gli ‘ uttavuario.

 

‘Ste di’ adecco , addÓ m’accòsto accòsto, quiglio mi bÓlla:

alle Piaggie Marine o a gli Piazzalo.

  Accusì , pi Ótto dì ci pènzo i nun faccio malo

i alla fine si sa , chi vuenne cede i ammolla.

 

Pinzate ‘n pò che prezzi: a ‘nu giuchino

oi cétto quanto vulevano? otto scuchi !

I a ‘na pupazza ? ‘Nu béglio zicchino!

 

Mò ognuno che vuò vuenne

cérca di cacciarivu ‘ i ‘occhi.

Ma quando stà pì cchiude i buttechino

i clienchi i cercheno cu gli lanternino:

la mèrce vi la dauo pi ddò bbaiocchi !

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

La nuttata di pasqua  Bbifania

 

-         Mà ! Mà !

-         Addurmite!

-         Nun ténco sÓnno!

-         I ffà ‘mpò addurmì chi i tè, dimonio dimoniétto!

-         Mà , mi vuoglio arizzà !

-         Ggiù , ggiù , statte a gli létto !

-         N’ ci arisisto ppiù , mò mi sprufonno.

-         I nun ti vuesto , io mÓ chiamo Nonno !

-         Ancora nun è iorno.  I chi mi su detto :

chi ci mancaua poco ?

I ‘mbè t’aspetto.

  -         Uffa , chi su scucciante ; su scucciante assai !

-         Mà , guarda ‘m pò si s’ha fatto giorno allòco drèto.

-         Durmi ! ch ‘ancora è notte ! Ohia ! ch’ ha succésso ?

-         Oh Ggiassummio ! E’ ‘nu granchio a gli pèdo!

        -         ‘N ‘zomma , statte zitto , mò appiccio i lumino.

-         Finalmente:

Vichi ‘mpò cche m’ha purtato

la Bfifana a la cappa ‘gli cammino !

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

La dumano di pasqua  Bbifania

 

E’ pramente bbéglio vidène ‘ngiro ‘schi funghecchi,

‘sci mammòcci , ‘schi furbi ciumachégli ,

mméso a ‘na muntagna di giucarégli

zumpéttà accomme a spirichi fullécchi !

 

Arlicchigni  , trumbétte , pulicinégli ,

cavagliucci , ssidiòle , cifalicchi ,

carittigni , ccuccù , schiÓppi i archicchi ,

sciabbule , bbirrittigni i tamburégli...

 

Quisto pòrta la còtta i la suttana ,

quiglio è vvuistito ‘n camicio i ppianéta

i quigli’atro è ufficialo di la Bbifana.

 

I ‘ntanto , o prèto , o chierico , o ufficialo,

le cose dduci cì tireno le déta ;

I mamma striglia che ffinisce a mmalo.

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

Alle 17 di génnaro

(La Festa di Sant'Antògno Abbato)  

 

Ieri, ch'era festa di Sant'Antògno Abbato

cu' moglima mi ni sò ito

a prisinzià di gli aglimari la bbinidizziòne.

Da Santa Parascevue a Ferro di Cavallo

finèntite alla cchiesia di gli Cappuccigni

è stata la nostra pirdiscione.

I' prèto era quiglio pézzo di dimonio

di' gli figlio Bbuttarazza:

dun Antonio era i prèto chi bbenidicevua

di gli aglimari la razza.

Ritto 'mpéchi,  cu 'mmagni  i' aspersorio

si ni stévua ad aspittà li bbèstie pi ggli mercimonio.

Porci, sumari, pecure i cavagli

s'accalcavuano, stricchi , bardagni

di fiòcchi bbianchi, rusci i ggiagli !

I dun Antonio, pitènne i raccullènne 

di quatrigni 'na tòppa,

ha strigliato a tutta la ciurma :

" Figliogli méi, la Carità divuòta

nun è mmai tròppa ! "

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

Le  Cenneri

 

Pi ffà i bbÓno cristo i scuntà 'n chiesa tante mmagnate,

tanchi pranzi i ccéne i tant'atre gudurie vane di lla carne,

sò vuluto i' a Sa' Rocco a famme métte 'mpò di cennere 'n capo.

Nun ddubbitate c'a sò ccascato bbéno !

ca i' prèto, forse pi pruvuà si l'umiltà meia era di còccia,

'nvéce di mettéme nu pizzico di cénnere

a magni péna m'ha 'nzacchérato la capòccia.

Pinzate 'mpò accÓmme i' sò riaggito,

io chi ggià téngo di nnatura lu sango callo,

i nun téngo bbisÓgno di nisciuna midicina

pi ffamme aiazzà la prissione di llu  sango.

Figurativui a mmì chi subbito vuango n' fÓco :

mi sò 'nnarbrato tutto,

sò 'ngiastémato subbito déntro di mì

i  Chacheduno diciarà : 

ma chi vu' dice cu' tutta 'sta manfrina?

Sschi préchi accomme fao fao

sempre quello che vuolo

vérso padro, madre, frato i figliòlo.

 

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

 

La prima dì  di quarésima

 

Finalmente ci sémo spicciachi di carnévualo,

ovuo finite li corse, i bbagli,

li cumméddie, li cenneri i gli diggiuno:

mÓ  è témpo di prediche i di péscio magro.

Di tanchi scialacquaturi oi

nisciuno pò sfotte chi nun sà pututo divuirtì :

i' òmo sèrio Ói  stà a gli stésso grado 

di quiglio c'ha fatto i matto i gli sbéndÓno :

o s'ha guduto o nnò, sémo tucchi uguagli.

Addio all'ammasscherate i caruzzèlle,

pranzi, ccéne, mirènde i culazziugni,

fiuri, sbuffi di curiandugli, cunfécchi i caramèlle.

I' Carnovualo è mmÓrto i sippéllitto :

s'ovuo smurzachi tucchi i mucculòcchi,

nin zi parla ppiù, 

i' divuirtiminto ha finito tutto:

mò è gli témpo di battersi i pétto

i di mettersi a llutto !

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

La  Quarésima

 

Dice cacheduno ca io nun sò cristiano ! Io faccio la spesa,

ogni dumano, di gli santo maritozzo.

I' nun cenava mmai, i mmò mi strozzo

pi' mmagnà otto once accomme vuo' la Chiesa.

M'ovuo attaccato la scaletta i mi sò chiappato

p'amoro di Ggiasù, fino a gli barbuzzo,

'na secchiata o doua d'acqua di puzzo,

i ll'acqua, Ddio lu sà, quanto malo m'aggrada.

A gli tempo séio, faccio i' aratòrio a gli purtugni rotti

cu' la mazzola: io, appena sciòte le campane,

sparo, pi' ddivuzzione, tanchi bbotti.

Io faccio Pasqua pi' mmì e pi' tante pòste

i, ppi' cumplétà tutte l'opere cristiane

faccio bbinidice i salamo cu' lle ovua tòste.

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

 

 I' Miserere di' lla Settimana Santa

 

Tucchi gl'ingrèsci di Piazza di Spagna

nun fao atro che dice: si che piacéro

è lu séntì a San Pietro " I' Misérero"

senza che niciuno struménto i' accumpagna.

I difacchi, cavolo! in Gran Britagna,

i all'atre cappelle furastiere,

chi sà dice accomme a Roma , sti tre sere:

"Miserero mèi Dèo sicunnum maggna " ?

Oî n'cima alla parola "maggna" ci ovuo stachi n'ora;

i cantata accusì, sango di Ggioa

quella "maggna" è 'na parola ch'innammóra.

Prima l'ha ditta 'nu musicanto, i ddapò n'atri doua,

dóppo tre, dapò quattro; i tutto i' còro allora

ci'hà dato sótto: "Mmisericòrdiam tua".

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

I Vuinirdì  Santo

 

Quando fu che mòrse Ddio

la luna i gli sÓlo,

cu' tutta la bassa famiglia di le stélle,

si mittÓno i' cruccio i pi' ll' aria

si sèntono sparà castagnòle e zaganèlle.

I quisto Ói vuÓlo dice quelle mazze 

quelle tricchettracche i zzaganèlle

chi si fao ( pi' dillo cu' dò parole)

di léna, di féro, di canna,

di crino i di pèlle.

Tutto i' bbaccano chi facémo 

è stato appunto nu mòdo 

pi ccércà' di riabbà, cu di gli rumuri véri,

quello che si sintivue cu gli témporalo

i cu gli taramòto.

I siccòme Cristo è mmÓrto, Ói i ieri

sémo vuisto tucchi i altari vuòchi,

puro di carteglorie i di cannélieri.

Io sò sintito sèmpre pridicà' 

cha Ggiasù Cristo era mÓrto di Vuinirdì

I che dÓppo tre giÓrgni che mòrse

isso vulivue, a còmmÓdo séio, arisuscità.

Ma ' ccomm ' è 'sta Storia ?

Mò i vuidémo adécco métte 'n sepÓltura i' giuvidì

i  la ddì apprésse i vuidémo

ariazzà' pi ll 'aria 'n cima a la croce

i ripiantarglio allòco ' n cima.

...I gli sabbato addumano, animo, su:

si rilèvua a gli altari i' spugliaminto,

s'aricanta i' Ggloria i nun si piagne ppiù !

Queste, ppi cacheduno che nun créde,

pÓlo sembrà' tutte bbucérie

oppuro delle eresie, pirché: 

o nun succèsse accÓmme si dice

oppuro si tèta fa' accomm ' è veramente.

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

 

La pantumima cristiana

 

Quando i' popolo fà la cummunione

curiuso è stàrsene a nu' cantuncino

assaminando oggnuno da vuicino

accomme asterna la propria divuzzione.

Quisto arapre la vuocca i quiglio fà i bbucchino,

chi si scazzotta i chi spreme i' limono

n'atro aiazza la capoccia a gli curniciono 

i n'atro s'incurva accomme a ciammella i fà n' inchino.

Chi, dapò, spalanca tutte e doua le braccia,

chi fà tanto d'occhiacci i chi gli ' nserra:

chi aggriccia i' naso i chi arivuota la faccia.

Ggiaculatorie forte i sotto-vuoce

bbaci a la balaustra i bbaci n'terra,

succhi di fiato i ssegni di croce.

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

 

La  Carità

 

Ma cchè, mica oi su céco? Mbè, mbè quiglio

quiglio vécchio struppio i cu' n'occhio pisto

chi ccià stiso la magni: nun gli sù vuisto?

Prèsto, vacci a ppurtà stu quatriniglio.

Figlia mé, quando 'ncuntri 'nu puréglio

fatte cunto da vuidé GgiasuCristo ;

i quando n'òmo dice : ténco fame, tristo

chi nun ci iètta 'nu tozzo dentro a gli cappéglio.

Chissà si quiglio vécchio,  cu' quiglio vistito tanto smisso

chi n'anno prima n'avésse avuto i' modo,

i' modo di putérla, la carità, fàrla isso ?

I nnù, chi grazziaddio oi magnamo,

ma addumano ci starà lu magnà ? Ecco i' nòdo:

tucchi  i' ommigni sù figli d'Adamo !

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

I  Figli

 

Ddisidérà' i figli , eh, sòra Rita?

Si, ppi li bbelle ggioie chi vui danno !

Prima, puurtargli n'corpo quasci 'n ' anno

i ddapò, parturirgli a risico di vuita.

Allattargli, smerdargli: a oggni mmalattia

sintirsi cadì ' tèrra stramurtita.

I quando che ssu grusci, oh, allora la bòtta ha ita ! :

chiappino i' cappéglio i si ni vuavo via.

Nun si pò propéta scappà' da scchi doua bbivui:

si ssu fémmene, sgarano ogni tanto;

si ssu maschi, ti crescono cattivui.

A ogni ddì 'nu' crèpacoro, 'nu guaio, 'nu pianto!...

I ttu ancora vu disiderà ' i figli vivi ?!

Nò, nnò , cummare : Paradiso Santo !

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

I' Vuicinato !

 

Mi so' attaccato a gli primo campanéglio

-  "Chi è?" - "Amici!" - "Chi séte?" -  "Amici bbògni! " -

- "Chi vuléte ?" - "Cerco sor Tumasso Vitéglio " - .

- "St'omo, uuhm, adécco nin ci iabbita, fratéglio" - .

- "Ma m'ovuo ditto a gli Quattro Cantugni ! " -

" Starà a cach'atro di quisc'atri purtugni..."

" Cchi ssà ? Moglima sà di cèrto i' nduvinéglio! " :

- "Nninaaa!" - , - " Cchi è? " - " Adécco n'omo cerca 'nu certo

Tumass..."   // 

-  " Stà a' gli dieci, a magni ritta,

alla vutatora, dentr'a gli purtono arapérto;

Fatte quattro rampe, n'cima a 'na suffitta

abbussci a gli bbattòcchio: i si nun gli truvi, di cèrto

pranza da gli ' oste di sotto chi si chiama Ttitta! " .

 

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

 

La Speranza del Vecchio

 

Eh, nipuchi méi, date rètta a nònno:

a ll’età vostra vui pare tutto béglio

ma, créscéte, créscéte nu tantinéglio

e putréte vuidé accumm’è addavéro i’ munno.

Vuidréte ,tutte li , dì ca i sicondo

 cianca a gli primo, i gli terzo la fà ancora meglio.

Vuidrete n’abisso e ‘nu mulineglio

Di tradiminchi  di tutto i munno.

Vuidrete ‘nu Govèrno che ffà’ edicchi

I lassà i virtusci mmurirsi di fame

Mentre va’ ‘n gloria chi commette dilicchi.   

I succede allora accomme a ll’oro, all’argento e a lu ramo,

 facchi da Ddio pi risullevà gli afflicchi

seruono ‘nvece a nu traffico infamo.

 

Carlo Luigi ABBENDA

  

 

 

Le Caluggne contr’er Governo

 

I Dacci sotto contro i’ Governo! O è caro lu pano,

o nun ci si scalla mentre è ‘nvèrno,

o vui sbagliano nu numero a ‘nu tèrno

o  u’ abbuscate ‘nu muccico da ‘nu cano!

 

O la commedia musicata è ‘n infèrno,

o si fa n’anghetto pì lle BBifane,

o la ggente si baruffa cu le magni

sinchi subbito dice: “ I cchi ffà i Guvèrno?!?”

 

Ma su propeta ‘ntischi schi cialtrugni:

Mica i Governo téta fa mette ogni ddì n’additto

‘ncullato pi tucchi i quattro cantugni?

Stachiue attennchi ca mò è puro dilitto

di gli Guvèrno si gl’oschi nun su bbogni

O ca  i pranzo si ni vuà tutto ‘n fritto!

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

 

Il Galantuomo

 

Nun ci vuò mica tanto pi sapéllo,

si tu su galantòmo o birbacciono.

Vai a Mmessa? Su cristiano bbono?

Quand’è viggilia diggiunà t’è bello?

 

A lle madonne ti cacci i cappeglio,

ci vu bbèno a gli papa? Fai divuzzione?

Si  truvi cache croce  ci fai mica minzione,

La unuri o la cancigli meglio?

 

A cchi t’affichi quando t’arizzi ‘mpechi?

A caséta i’ ti i rosario, da cristiano?

Fai mmai ‘nu pilligrinaggio scauzzo i a ppechi?

La ti n’accquasantiera a ccapo  a gli létto?

Solo accusì su nu Galantòmo! I piano piano

divinchi n’òmo da Ddio dilètto!

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

Lo Specchio der Governo

 

Quando si vuede ca i governo nostro

Cammina senza còsse pi lla via

Quando si vuede ca manco “Cagliostro”

saparia ‘nduvuinà quello che sia:

 

quando i guvuerno “mmédico” tòsto

ci dice ca ogni mmalattia

si po’ cura solo i si mmette appòsto,

cu’m po’ d’incènzo i quattro avuemmaria:

 

quando vuidemo ca i’ Stato spèrpéra

e cca i ladro si succhia tutto lu gràsso

i gli Guvuerno stà propéta tèra tèra…

 

…Tu allora allora chi ti paura di  stu sollàzzo

Striglia puro ca i Governo si stamazzarà ‘n tèra

Si cu tutte le rote và ‘n frocià a nu sàsso!

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

 

La Vita dell’Omo

 

Pi nnove misci si stà ariparato, doppo stà tutto ‘n fasce

Tra sbaciucchi, puppate i llacrimugni

Dapò i allaciono a gli girèllo finchè nun crésce

Cu’ gli tòrcolo ‘n capo i do’ brache di cazzugni.

 

Dopo ‘mpò cumènza i cruccio di lla scòla,

i abbiccì, li bacchettate i gli gilugni,

la roa, la cacca a lla sidiòla,

i ‘mpo di scarlattina i virmigliugni.

 

Addapò vuè l’ ”arte”, i mistiéro, la fatia,

lu diggiunà, la piggione, le tasse di gli guvèrno,

la prisone, i spidalo, i dibbichi, i pi giunta s’insòra

 

I solo cucente, la nevue d’immèrno…

I alla fine, all’ultima orà…

Vuè la morte cu’ gli  Paradiso o cu’ gl‘inf èrno!

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

 

La GGiustizzia

 

Tra ‘lle quattro virtù chi gli munno spèra

Chi tinariuno téné i guvuirnanchi

Ci stà la GGiustizzia véra

Quella di ggli ommini di légge in guanchi bianchi.

 

Essa tè ‘n magni ‘nu spadono i ‘na stàtéra:

pista na pècora cu gli doa stivagni:

stà puro abbindata cu ‘na stòffa nera,

appirciò ci vulariano gli acchiagli…

 

M’accomme, Cristo meio!,  po’ ‘nduinà la strada,

sìè accusì cièca la povera Ggiustizia,

di pisà bbèno i pisci i ddi calà la spada?

Accomme po’ mmai vuidé si la malizzia

di gli tribbunagli ci dà grano o bbiada,

o si è zucchéro-d’orzo o liquirizzia?

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

 

Er Processato

 

Ohi cétto Aucato méjo difinchimi forte,

m’araccummano a ttì pi quanto pòsso,

tu téta fa tuttoché nun mi vuè addosso

quella schifosa di condanna a mmorte.

 

Giusto pirché dinanzi a la sorte

Di ì ‘n galera i di zumpà quist’uscio,

sempre si troua cache cappegglio ruscio

che pur ‘n galera t’arapre tutte le porte.

 

I si mmai ci vulésse pi ddifésa

Ricorre a cache  fémmina unèsta

giochete puro moglima Agnesa.

 

Ca i so sicuro ggià che manco a gli dimonio

Ci passaue mmai  pi ‘lla tèsta

Di nun difenne i’ santo matrimonio.

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

 

Er Torto e la Ragione

 

Oibbò nun su le pistole o le spade

Che separono lu torto dalla ragione.

T’insègno io quello c’accade,

quando si mittono a llitigà do’ pirsone.

 

Chi ‘ntè torto, po’ simbrà ‘nu liono,

ma puro si uria cerca la manèra

di vuence la causa, ‘mmò cu ‘nu paragono

mmò cu ‘esempio, pur di ittarte ‘n tèra.

 

Quiglio che t’è torto ‘mprò striglia più forte:

taglia a ‘mmétà i discurso i scappa lésto

e scappénne da ti sbatte le porte.

 

Usà le armi , addapò, è pessimo gèsto

Pirché s’ arimette a gli capriccio di ‘lla sorte

 i giudizzio di gli rèo i di gli unèsto.

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

 

La Legge

 

La légge a Rroma stà, senza sbagli,

i ‘nin so ditto mmai ca nun ci sia:

pirché i Guverno t’è più di ‘nna scanzia

tutta zeppa di dicrichi i di leggi a quintagli.

 

I mmanco ci stà mmai caristia

d’avucachi  i  di  nutai  cu’ ggli pinnagli

O di giudici dentr’a gli tribunagli

Che ddao credito di ppiù a ‘nna spia.

 

La riflissione meja ‘mprò mò è questa,

ca ‘nu ladro che cunosce chi cummanna

i ‘ttè femmine c’aiazzono la vuesta

 

pur s’arubbasse i palazzono di ‘Ggianna,

ci starà puro i’ cazzaccio chi gl’arèsta

ma mmai si trovua  a Roma chi i cundanna.

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

 

Le Catture

 

M’arivuavue perfino a ddice ‘nu carabbiniéro

Ca mò i ladri, pur’a truvaggli

magari mentre fao bbèno i mistiero,

isci nin si dao ppìù péna d’acchiappargli,

 

Pirchè i’ Guvérno, si fa i’ piacéro

Puro già carcirachi, d’arilassargli;

i ‘nu ladro la dì apprésse è già cavaliéro,

che s’infischia di brigadieri i di marasciaggli.

 

Dicemola tra ‘nnù, cu’ tanta passione,

quanto risciòlle ladri i assassini

mi pare ca i’ Governo t’è raggione.

 

I lucagli su pochi i piccinigni,

i senza riservà cache prisone

addò i téta mette schi “giacubbigni”?

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

 

Er Rilascio

 

Pi tténé furtuna bbisogna èsse briganchi:

solo pi isci ‘nci stò mmai péne;

i arivuerichi i cu’ lle magni péne

si ni vuao ‘ngiro gluriusci i ttriunfanchi.

 

Spicchiamuci in quisch’aretici furfanchi:

i’ avuevuano ‘ngabbiachi d’abbene

i mmò ‘nvece di mettegli ‘n catene

i’ arimannono a lli casci tucchi quanchi.

 

Vued’io i’ Guverno mò! Doppo tanto

Foco a gli’occhi , a gli’atto pratico

S’ha calate le brache sott’il manto.

 

Accomme si spiega mò i cavaliératico

dato a gli sbirri che tinòrno vanto

d’arristargli? Fu ‘n atto  pazziatico.

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

 

L’Affari de Stato

 

Che ffà i Governatore? Mette i sigigli

I lle ceralacche ‘ncima a gli fogli.

I gli “Vicario” di gli Intergni

Arismucina misteri i riachi  pi punirgli.

 

I gli Tesoriere?  Cerca ‘n tucchi i mochi

di trasformà i bilancio in tanchi zeri.

I gli Sigritario di Stato ? tè guai seri

a suffucà le pruteste  mmes’a ggli fòchi.

 

Ttrattanto i Guverno cche ffà? Piss’èsse accìso!

guarda di gli rulloggio le lancétte

i aspetta l’ora che si coce lu riso.

 

S’addapò pi ggiunta atro ci vulete métte,

cosa che è assai ppiù di piso,

ci stao puro pi ‘nnù tante cruci e crucétte.

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

Er Primo Peccato contro Lo Spiritossanto

 

Bogni crischiagni mej, di tre tipi di forme

Di piccaci murtagli cu gli pistiglio

I piccato principalo è quiglio

Di nnu vulerse saluà  la disperazione enorme

 

Spesse vòte, ‘n punto di morte i so vuidute

Pirsone cu delle animacce nere nere

Saluate cu tutte le manère

All’urdim’ora d’esse futtute.

 

Nun ci stà piggior bandito o malfattore

Che nun pozza riluce accomme a ‘na stella

Pirdunato da lla Misiricordia di Nostro Signore.

 

Ma cacheduno è  propeta tanto ‘ntisto:

ippuro dinanzi a lla forca Nin si cunvèrte;

 manco dinanzi a gli Giudizio di Dio Cristo.

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

 

L’Angeli Ribbelli

( I Angigli Ribbegli)

 

Appena ‘n angilaccio di quegli niri

Utténne l’apunità i salva la vita

Diio cunvuacue ‘na partita

Di Trugni, di Putéstà i ddi Chirubbigni.

 

Appirciò fu subbito ‘mbandita

‘na legge contro i oschi i gli lucannieri

Ch’ospitassero ‘n casa furastieri

Senza avvisà la Pulizzia pulita.

 

Addapò San Michel’Arcangelo a  cavallo

Di gran galoppo, accomme a Crucifèro,

arisciue cu nu drappo bbianco e giallo!

 

Quando doppo sunaue i piffèro

Lèsse st’additto: Iddio condanna a callo

Gl’angigli niri i Capo Lucifero!

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

 

L’Angeli Ribbelli 2

( I Angigli Ribbegli 2)

 

Lètto i additto ogn’angelo ribelle

Cacciavue la spada i ssi fece annanzi

Ma San Micchèlo ittaue i guanchi

I ci sparaue frecce belle belle

 

I Angigli allora, cu’ lle agli di pelle,

corna i ccode, cu ‘ngiastéme i ppianchi,

sippillòrno ‘n maro tucchi quanchi

i ggli schizzi arivorno a lle stelle!

 

Cénto secugli sagni ci mittorno

a capitummarsi braccio a braccio,

da gli Paradiso giù giù fino a gli ‘nferno.

 

Cacciaci i dimonii, stinniue i braccio

Di tremila miglia i Padreterno

I sirraue i paradiso a catenaccio.

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

( I Spirichi)

 

I’ anno che Giasucristo o i Padreterno

Cacciaue i angigli ammadicchi

Tanchi che nun cadorno a gl’inferno

Rimaséro pill’aria ‘cima a gli ticchi.

 

Quischi su’ gli spirichi fullécchi,

che si sentono pirloppiù d’immèrno

li nocchi longhe: i a cchi fao i dispécchi

i a chi ci pàre ci fao vence ‘nu tèrno.

 

Tirano le cupèrte i le linzòla,

strisciano cu’ le ciavatte pi ‘lla stanza,

propéta accomme a ‘na nottola che vola.

 

Alle vòte ti soffiano dentr’alle recchie,

tant’atre ti grattano la panza

i so nimici di ‘lle femmine vuècchie.

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

 

Li Spiriti 2

( I Spirichi 2)

 

Dio bono mejo! Lu vichi, eh? Quiglio casino

Cu ‘lle finestre tutte sventriate?

Alloco dentro ‘na vota ‘nu pillegrino

Di nòtte ci accidivue ‘n abbate.

 

Dall’ora in poi, alle sètte sonate,

ci si vuede aggirà sempre ‘nu lumino,

dapò si sènte ‘nu striglio fino fino,

i ‘nu rumoro di catene strascinate.

 

S’aracconta che ‘n anno uno ci vulivue

Passà ‘na notte pi scuprì queelo ch’era:

chi tti crichi? ‘n capo a sette ddì murivue.

 

Fatto si è ca quando téngo passà di sera

Vicino adécco, io perdo le forze.

I mmi faccio più bbianco di lla céra!

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

Li  Spiriti 3

( I  Spirichi 3)

 

Tu cunusci la moglie di Fischiétto:

‘mbè, iessa giura i spirgiura ca i nònno,

mentre steua tra la véglia i gli sonno

 sintiue arispirà ‘ncima a gli létto.

 

Aiazzaue i’ capo i ne sintue n’atro più tosto.

I allora cu tutto i’ fiato che tinuea  ‘m pétto

Strigliaue: Spirito bbono me’ fullétto,

dimmi pe’ Carità di Ddio, che circhi a stu posto?

 

Quiglio diciue: “ io mill’agni fa ero ‘na Badessa

I adécco a sta casa, ch’era ‘nu durmitòrio,

mi rumpii i’ capo i murii  féssa.

 

Dà ‘nu bòcco a gli padrono di casa , a don Libbòrio

Pi’ ffamme fà i’esurcismi i ‘na bbòna méssa,

si mi vuléte llibbéra da gli purgatorio!”

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

Li  Spiriti 4

( I  Spirichi 4)

 

‘Nu méso o pocoppiù, doppo gli’ ‘ncasso

di gli’òbolo da parte di gli santo prèto,

s’avicinuaue Pasqua i nònno, minziunato arèto,

si détte a spazzulà tutta la casa.

 

“ I qquesto ché è ? ‘Nu bucio a gli soffitto! Pritaccio mejo!”,

diciue allora i’ babbèo che cunuscéte:

“Ecco addò vuavuo le munéte!

Téta vuidé  cha  mo’ i bòcco dato cerca i’ compagno sejo?”

Doppo ‘n fatti ‘ do notte di rispiro,

a rieccute la bbadéssa  antica di muffa

a dacce ggiù cu gli solito suspiro.

 

“Sor don Libborio me’ mo’ abbasta ‘n offèrta buffa”,

strigliaue i’ mèrlo! “ I lle mésse, a stu ggiro,

si le vuléte fà dice,  fattele cilébbra puro Auffa!”

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

 

L’Indemoniate

(L’ Andemoniate)

 

Tu fatte ‘m po’ lègge i libbro che ttè i frato

Che pporta i’ vuinirdì la mischicanza

I pù sentì quante femmine ci su state

Che cià intrato i dimonio* dentr’alla panza.

 

Queste, cara mia, su storie stampate,

vite di sanchi; i ci stà tanto ch’avuanza

di femmine che pinzòrno gravidanza

i, in cambio, s’aritruvòrno affatturate:

 

pirché, alla fin fine, a cent’ i a mille

vummitòrno i diavugli la “leggione”

‘nforma di nottole i d’anguille.

Abbasta c’arammidii nu’ stregono

 I ti fa ingozzà do’ capigli i nu’ paro di spille,

ti ci schiaffa, si lu vò, puro Plutono.

 

* I demonio: è forse allusione alle leggende pagane prima e poi cristiane, di demoni che in forma d’uomo si accoppiavano alle donne.

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

L’ Imbo *

( I’ Limbo)

 

Appena Cristo in barba di gli pretorio

Risusscitaue glorioso i trionfante,

vulavue a gli Limbo a caccià l’anime sante

che ci cantorno tutte nu’ risponzòrio*.

 

Quella dì cumenzaue i’ purgatorio,

ch’arrivarà fino alla fine,

 i iniziorno d’allora le limosine

pi le mésse di nu scudo a San Grigorio.

 

A gli Limbo Vuoto i Gran Guverno  

Distinaue i mammocci ichi a   nanna,

Limbo ‘mbro’ che nun durarà in eterno:

 

Sapémo già ca la dì di lla gran condanna

Ci starà solo  Paradiso e Inferno,

i chissà a che pposto Dio i’ manna.

 

Carlo Luigi ABBENDA

* Risponzorio: vale “inno di ringraziamento” designato, come spesso nel linguaggio popolare, con il termine della Liturgia delle Ore.       

 

 

 

Er Diavolo *

( I’ Diavolo)

 

‘Na dì Peppalacchio* di gli casotto*,

litichenne ‘na cica cu lla moglie,

pi vvia di cèrte ammadette voglie,

perse la flèmma i ci ammullavue ‘nu cazzotto.

“Diavolo, portete appresse stu galiotto

Che sfraggèlla a mmi che so’ la moglie”.

Strigliavue Pèppa: i, tracchéte, d’un bòtto,

lampenne ci  cumparse i’ diavolo da sotto.

Allora Peppalacchio, c’ariscivue fore

ci disse: “ténete moglie voi, sor diavolo?”

i quiglio ci arispunnivue: “Nossignore”.

Ma dandoci n’ucchiata a gli capiteglio *

Riplicaue i nostro: “Nossignore ‘n cavolo!

La téa nun è propéta capoccia da zitéglio”.

Carlo Luigi ABBENDA

* Casotto: Teatrino delle marionette;

* Pèppalacchio ( e  Pèppa): maschere tipiche carnevalesche della tradizione sezzese. Equivalgono alle maschere di Rugantino e di Rosetta ( protagonisti del sonetto originale del Belli ).

* Capitéglio: Capitello = Testa ( cornuta ).Guardando la testa cornuta del Diavolo Peppalacchio ipotizza verosimilmente che non possa essere zitello ma che abbia una moglie che lo tradisce e che lo ha reso “cornuto”.

 

 

Lo Specchio

( I Specchio)

 

Rosa, nun fa la scimmia a lle cumpagne:

abbada! nun ti guardà tanto a gli specchio:

Rosa, bbona me’, aricordete del secchio

Che quando và ride i arivuinì piagne.

 

Dice ‘nu libbro stampato nelle Spagne

Ch’ a quiglio vetro ci appare nu vecchio,

niro, cu gli capigli di capécchio,

i ‘n fronte tanto di spazzacampagne.

Segno è che lu specchiasse è gran peccato,

ogni vuota che si fà st’acquisto,

che è di vuiderci i’ diavolo ‘ncarnato.

 

Stu fatto i Padreterno nun gli ha mmai visto:

sulo Isso in questo è furtunato,

pirché, si si spècchia in sé, ci si vuede Cristo.

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

 

Sto Monno e Cquell’Antro

( Stu’ Munno i Quigl ’atro)

 

Mi fai ride: i che ssù tucchi schi guai

Rispetto a gli possibbile foco eterno?

Nun lu sai ca le pene di gl’inférno

Su accomme a Ddio i nun finiscono mmai?

A gli munno, ‘nvece, pi doa ddì che ci stai,

ti lagni dell’estate, di gl’immèrno,

di Ddio, di lla fortuna, di gli governo,

i di tucchi i malanni che c’ avrai?!

Adecco, si ti séte, ti bivui ‘na foglietta,

ma a “casa-calla” nun ci stao cunforchi

manco di gli vinacci in fiaschetta.

Adecco magni, durmi, cachi, pisci, n‘gola raschi,

t’araddrizzi, ti stigni, t’arivuchi…

ma allòco, fratè, …accomme caschi caschi!

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

 

Er Primo Descemmre*

( I Primo di Dicembro )

 

Appena chiuso i’ apparato teatralo

Inòtte la Madonna entra a gli urdimo mese:

i fra quindici dì ppi lli chiese

principia la nuvèna di Natalo!

I doppo, a malapena sòo ‘ntése

Le piffere a finisce la pasturale

Arieccute li commedie i gli Carnevale:

Accusì si và annanzi a stu’ paese.

Dapò ecco Quaresima: i quindi Pasqua cu tutte l’ova:

i, appena finisce i’ ottavario,

aricuménza la cummedia  nòva.

Sfoglia ‘nzomma i libretto di gli Lunario,

i vichi i’anno scompartito ‘n doa,

tra Pulicinèlla i Ddio senza divario.

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

 

Le Donne De Cqui

(Le Femmine D’Adecco)

 

Nun ci stao femmine di nisciun paeso

Che pozzino uguaglià le nostre paesane

A cunfessàrse tante vòte i meso

I a dichiarasse bbone cristiane.

 

Sarao forse ‘mpò malsane

Spiantarao i marichi cu’ lle spese:

a divuzzione ‘mprò, coda di cane,

le vuidarai sempre dentr’alle chiese.

 

A gli munno cche ci dao? La carnaccia

che è ‘nu sacco di vérmi; ma “il cuore”

tutto alla Chiesa, ci lo dico ‘n faccia.

 

I ppi lla santa Casa di Nostro Signore

È’ tanta la passione e la smaniaccia

che cachiduna và a perderci l’onore.

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

 

La Vista

( I Prechi)

 

I Préchi su  tanto bonsignori,

ma nun pi questo passano pe’ patalocchi.

Si dao isci ‘na patina di “gnocchi”

Ma quella è sciocchéria solo da fori.

 

Pirché da quando nasci fino a cché tu muri

I prèto ti controlla cu’ tanto d’occhi

Pi vuedè quello che magni o tocchi,

si frighi, s’arubbi i si llavuri.

 

Isso ti vuede si vji o si vuai pi vvia:

vuede quello che si vòta i quello che si riempe;

 ti fa puro da ‘strologo i accusìssia.

 

Lu malo è ca quigli che teo quatrigni

Pi nun si fà  riprenne  i’ ungono di zecchigni.

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

 

Er Riccone

( I’ Riccaccio)

 

Figurate a stù morto che grusso ‘mporto

Ci hao truvato ‘n casa i nipuchi!

 

Da quand’era prilato io m’era accorto

ca tineua i vizzio d’accumulà i bòcchi.

‘mpò ladruncugli schi sanchi saciardochi…

 

…Finché ci vuà l’acqua pi  ‘ gli orto!

quando murono dapò, tucchi divochi

pi strappà da San Pietro i’ passaporto.

 

Cu quattro mésse ci s’arapre i ciélo?!?

Saria accomme si dice : “Cristo è ‘mbriaco”,

o nun sa lègge i’ libbro di gli Vangèlo.

 

‘Nu ricco ‘n paradiso? Io nun so mago!

Più facile saria da crede che ‘nu camèlo

Passasse facile pi’ ‘na cruna d’ago.

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

 

Er Duello de Ddavide

(La sfida di Re Ddavuide )

 

Che è mmai i’ braccio di Ddio! Mannà ‘nu pargulétto

Contro quiglio cazzaccio di Ggulia,

ca s’ avesse avuto ppiù fantasia,

i putéua accide cu ‘nu pizzichetto.

 

Ippuro, accusì è stato. Ddio bbiniditto

Vuolle mustrà pi tutta la Ggiudìa

Ca chi è divvuoto di Giasù i Mmaria

Po’ stà cu ‘nu gigante a pétto ritto.

 

A vuidé ‘nu pasturéglio cu lla fionna,

strigliaue Ggulia pazzo pazzo:

“‘sta vòta, madre mé’, è fèsta tonna”.

 

Ma i’ fatto fù ca quiglio regazzo

Grazzie all’anime sante i a la Madonna,

I fece cadì ‘n tèra accomme a ‘nu pupazzo.

 

Carlo Luigi ABBENDA

Nota del traduttore : Questa poesia è stata tradotta in occasione di una scoperta nella “Valle di Elah”, dove Davide batté Golia (vedi articolo su “La Repubblica” del 31.10.2008).

 

 

 

Panza Piena Nun Crede Ar Digiuno

(Panza Pena Nun Crede A Gli Affamato)

 

I’ Capisco ca i’ munno è pino di guai

I ca è lòco di pianto i ppinitènza;

ma penà sempre i nun finirla mmai

daria ‘n pétto puro a sua Eminenza!

 

Si fa presto a pparla; ma, cu licenza,

tu che mmi fai sti chiacchere mi fai,

tu che predichi a gli atri la pacienza,

dì ‘n po’, quando tocca a ttì, tu ci l’hai ?

 

Vuischite sempre cu’ gli stracci chi mmi vuichi

cammina mmézo all’affanga cu ‘sta sorta

di scarpe che mi ridono a gli péchi:

 

campa ogni ddì cu do’ bocchi doa;

i ddapò pènza di mì cu gli occhi céchi

i guditi puro ‘na freve o doa!

 

 Carlo Luigi ABBENDA

 

 

 

Un Indovinareglio

( Nu’ ‘Nduvineglio)

 

Ci stà ‘n uccello di razza di cuccù,

che canta sempre i porta ‘n capo  ‘n O,

chi ttè le spalle di culor ruscio burdò

i tutto bianco dalla cénta all’in giù.

 

Ogni tanto mòre i ddapò ritorna sù,

i maneggia quatrigni i “pagarò”:

che po’ fa tutto quello che ‘n zi po’;

i cumparse doppo la morte di Ggesù.

 

Stu cillétto bianco i ruscio sempre cià

Tanchi amici cari attorno a ssé

che i vistichi loro isso po’ cagnà.

 

Ognittanto cagna nomo, i mmò è B.:

nun tè figli i gli chiamano Papà;

ell’e llè, ‘nduvinate chi è!

 

Carlo Luigi ABBENDA

 

 

I lavori di riqualificazione del piazzale antistante la stazione ferroviaria di Sezze Scalo sono terminati da diversi mesi. Mancano, però, alcuni dettagli molto importanti affinché le transenne possano essere finalmente e definitivamente rimosse ed il piazzale essere restituito ai cittadini e ai pendolari.

Da via Diaz ci dicono che “il Comune di Sezze sta ultimando i contratti di nuova fornitura (acqua ed elettricità) senza i quali non potrebbero essere alimentati il nuovo impianto di illuminazione notturna e il nuovo impianto di irrigazione del verde”. Insomma, dagli uffici comunali assicurano che "mancano ancora pochi giorni" per rendere fruibile l’area alla comunità e ai pendolari che in questo lungo periodo hanno dovuto fare la gimcana tra percorsi di transenne, materiale edile e immondizia. Mesi di tanti disagi e inconvenienti che, a quanto pare, starebbero per giungere al termine. Speriamo!

L'intervento di rifacimento è stato progettato e realizzato da Rete Ferroviaria Italiana, capofila del Polo Infrastrutture del Gruppo FS, anche grazie ai diversi solleciti, a partire dal 2019, dell’allora Presidente del Consiglio comunale Enzo Eramo e del consigliere comunale Serafino Di Palma a causa dello stato vergognoso in cui era stata ridotta la stazione ferroviaria di Sezze Scalo e sopratuttto per la presenza di barriere architttoniche e per la carenza dei servizi igienici. La Giunta Di Raimo, invece, presentò anche un progetto di riqualificazione della piazza che poi però venne cambiato in corso d’opera da RFI.

Il restyling rientra negli interventi nati nell’ambito di un piano nazionale che punta a riqualificare circa 620 stazioni su tutto il territorio nazionale e a far diventare “le stazioni veri e propri poli di servizi integrati nell’ecosistema urbano e nodi intermodali sempre più accessibili per favorire lo scambio di connessione tra i diversi modi di trasporto”. I lavori di RFI per Sezze sono distinti in tre fasi: quella del piazzale antistante la stazione dei treni; quella degli interni della stazione e quella degli spazi di accesso ai treni di competenza di RFI. Per questi ulti i lavori sono tuttora in corso.

Il piazzale diventerà un polo di servizi e nuovo luogo di aggregazione come auspicato? Sarà più funzionale rispetto a prima? Avrà una vivibilità? Solo il tempo potrà darci delle risposte.

 

 

Paolo Di Capua, nominato recentemente Coordinatore Comunale PSI, torna con un volantinaggio contro la guerra, in cui invita al confronto, al dialogo e all'unica soluzione possibile: la pace!

 

"Dopo l’evaporata vittoria e, con gli armamenti degli arsenali svuotati per averli regalati, avete voluto riarmarvi con una spesa mostruosa che non consolida, non rafforza, non garantisce la PACE che è l’unica deterrenza possibile nel rapporto tra i popoli.  Con la New Europe Again More Unit la spesa storica si riduce molto a beneficio dei popoli. Con la decisione di riarmarvi avete esautorato i Parlamenti, tradito il manifesto di Ventotene (Spirelli, Rossi, Colorni) e i padri fondatori De Gasperi, Adenauer, Schuman. Manifestate una brutta malattia la ( Guerraiola Schizofrenica) per favore curatevi!!! State strozzando i popoli, l’economia, il futuro, la pace. L’Europa ha smarrito la diplomazia, il dialogo, il confronto, comprensione e rispetto reciproco. Con e in Pace si potrà dare più istruzione, sanità, cultura, occupazione giovanile e femminile, tutela dell’ambiente, ricerca scientifica, nonché ridurre o eliminare le disuguaglianze. Una cooperazione che restituisca, dignità all’essere umano".

Sabato, 08 Marzo 2025 20:13

Il mondo e l'Europa al tempo di Trump

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Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri” (Antonio Gramsci).
 
Parole che sembrano scritte per descrivere questo nostro tempo di cambiamenti impetuosi e radicali degli equilibri politici, economici e sociali che pensavamo inamovibili, che vede l’affermarsi di un radicalismo autoritario che mette in discussione i principi fondativi delle nostre democrazie liberali e le regole del diritto internazionale che hanno guidato le relazioni tra gli stati dopo la tragedia dei totalitarismi, dei genocidi e delle due guerre mondiali dello scorso secolo. Domina l’incertezza del futuro e quanto vediamo delinearsi all’orizzonte con il ritorno prepotente della logica della potenza e della prepotenza, del dominio dei più forti economicamente e militarmente sui più deboli, con l’imposizione di narrazioni distorte ma funzionali a garantire gli interessi mercantili di ristrette elite economiche, con l’occupazione del potere da parte delle stesse volta ad impedire qualsivoglia regolamentazione delle concentrazioni economiche è tutt’altro che rassicurante.  
 
Le scelte del nuovo Presidente USA, insediatosi alla Casa Bianca da poche settimane, mirano ad accreditare un’immagine forte e tracotante degli Stati Uniti, ma a ben vedere sono una reazione al suo indebolimento economico, effetto del forte disavanzo commerciale, del grande debito pubblico e non ultimo della feroce competizione con le altre potenze mondiali nel campo delle nuove tecnologie.
 
Non a caso la nuova amministrazione americana si è presentata con un forte e visibile marchio tecnologico, come dimostra la presenza dei più importanti gigacapitalisti statunitensi alla cerimonia di insediamento. La sfida in questo campo è però aperta e lo sviluppo tecnologico, anche nelle sue punte più avanzate, ha smesso di essere appannaggio esclusivo dell’Occidente e in particolare degli USA. Altri attori globali si stanno imponendo sulla scena mondiale, tra i quali Cina e India rappresentano i casi più eclatanti.
 
Per quanto possa sembrare paradossale, gli Stati Uniti, da sempre insieme all’Europa punta di diamante dell’Occidente, inteso come luogo di libertà, democrazia e innovazione scientifica e tecnologica, sotto la guida di Donald Trump sta procedendo in direzione opposta rispetto ai tratti politici ed identitari occidentali tradizionali.   
 
Impressiona il brusco distacco dall’Europa, intesa sia come Unione Europea sia come Regno Unito, entrambi matrici culturali ed alleati storici degli Stati Uniti, ma anche dalla stessa NATO. La motivazione del ritardo nei pagamenti delle quote dovute dagli alleati appare ampiamente insufficiente ed irragionevole per giustificare la decisione di depotenziarne fortemente il ruolo e la funzione. Tuttavia impressiona ancor di più che Trump tratti con disprezzo l’Europa, escludendola dalle trattative per porre fine alla guerra in Ucraina, come peraltro anche quest’ultima, e mostri segnali inquietanti di avvicinamento alla Russia di Putin, la accrediti come potenza mondiale in nome della cessazione della guerra e del perseguimento della pace, tralasciando che il presidente russo è il responsabile del conflitto, avendo ordinato l’invasione di un paese sovrano, e che lo stesso più di tutti incarna la negazione dei valori occidentali, essendo sponsor dichiarato del modello delle democrazie illiberali. Ammettendo anche che tale avvicinamento sia funzionale a sganciare la Russia dall’alleanza con la Cina, non si può non rilevare una certa affinità muscolare ed autoritaria tra Trump e Putin, i quali condividono la medesima concezione del potere e della democrazia, il primo fondato sull’esercizio della forza e la seconda su un consenso, magari strappato con la manipolazione dell’opinione pubblica, senza i correttivi e i limiti imposti dallo stato di diritto e dai principi della Costituzione. Più in generale sul piano delle relazioni internazionali Trump si propone come un distruttore dell’ordine vigente, basato su regole giuridiche anziché sulla forza e sull’arbitrio, e non solo fa dichiarazioni urticanti ma soprattutto mostra intenti predatori come nel caso delle terre rare in Ucraina, del progetto raccapricciante su Gaza o sul proposito di annettere la Groenlandia e il Canada agli USA in ossequio all’idea che tutto si possa conquistare con la forza o acquistare con i soldi. 
 
Sul piano interno Trump sostiene lo sviluppo delle tecnologie informatiche e dell’intelligenza artificiale, ma si mostra tutt’altro che amico della scienza e degli scienziati, non tollera ed anzi esclude quanti non promettono ritorni economici immediati e soddisfacenti e professano idee che contrastano con gli interessi dei grandi gruppi economici e finanziari di cui è esponente e che lo hanno sostenuto nella corsa alla Casa Bianca. I tagli alla ricerca scientifica danneggiano le università, le organizzazioni culturali, i centri di ricerca e l’imposizione del ritiro di pubblicazioni che contengono termini che alludono alla diversità di genere e all’inclusione sono una vera e propria censura e una palese ed odiosa limitazione della libertà di ricerca e di espressione che sconfina nella sfera del totalitarismo. Quotidianamente il presidente americano poi firma ordini esecutivi infischiandosene delle regole della democrazia e delle leggi dello stato, cercando di portare a termine il tentativo già avviato durante il primo mandato di fare della presidenza un potere incontrollato e autosufficiente, indipendente dagli altri poteri, basato esclusivamente sul consenso e perfino sulla investitura da parte di Dio ma privo di procedure e contrappesi che il diritto impone alla politica per rendere effettiva la democrazia.
 
In un simile scenario l’Europa è chiamata ad una sfida decisiva ed esistenziale, a fermare il vento impetuoso dell’autoritarismo con la forza della democrazia e dello stato di diritto, facendosi propugnatrice e garante della tutela dei diritti e delle libertà fondamentali di ogni persona umana.

 

di

Pierino Ricci

Per Latina 2032

 

Le costituzioni democratiche regolano l’organizzazione e la vita di società in continua trasformazione. Esse assicurano, in primo luogo, che queste trasformazioni non travalicano o intacchino principi e diritti che hanno valore universale (o che comunque sono stati ritenuti irrinunciabili dai costituenti). Tra questi, la democrazia, l’uguaglianza, la dignità umana, i diritti e le libertà costituzionali (dei singoli e delle loro comunità o associazioni). Non fa il bene del paese chi propone riforme senza valutarne la rispondenza alle trasformazioni socio-politiche-economiche in atto.

Questa riflessione vale per la forma di governo (il cosiddetto Premierato e  autonomia differenziata). Nel primo caso si sottovaluta il fatto che la crescente complessità delle società attuali e la crescente polarizzazione e radicalizzazione delle opinioni politiche e culturali non suggeriscono il ricorso a modelli presidenziali o semi presidenziali, anche se dotati di tutti i necessari freni e contrappesi. Altrettanto vale, però, per l’attuazione dell’autonomia differenziata. Con essa si daranno alle Regioni nuovi poteri esclusivi in materie dove oggi la competenza è concorrente fra Regioni e Stato.

Ma siamo sicuri che l’attuale ripartizione di competenze non sia stata pensata per un mondo che non c’è più? In effetti, nel mondo globalizzato di oggi, in molte di quelle materie (come l’energia , commercio estero, rapporti internazionali, la sanità, la scuola e ricerca, il cambiamento climatico, infrastrutture strategiche, telecomunicazioni) le competenze più che concorrenti fra Roma e Bologna o Bari e Potenza, dovrebbero essere concorrenti fra Roma e Bruxelles, e di fatto lo sono già.

Non ha senso dunque pensare di dare alle Regioni competenze esclusive in queste materie, per le quali già gli attuali loro poteri sono oggi eccessivi. Sono aumentati i costi con i centri di spesa (oggi ne sono 21 a livello Regionale) con risultati deludenti alle esigenze dei cittadini (in particolare la sanità e la scuola, materie queste che non andrebbero regionalizzate). Anche se bisogna dire che la riforma dell’articolo V del 2001 ha introdotto alcune innovazioni positive, come l’autonomia e la responsabilizzazione finanziaria delle regioni ed enti locali, ma non ha valutato a sufficienza come il mondo e l’Italia erano cambiati.

Ecco, occorre farlo ora evitando di proseguire su una strada sbagliata. Ma costruire una repubblica delle autonomie ben funzionanti. Farlo non è ritornare al centralismo. Va fatto per riavvicinare i giovani e tutti coloro che, oggi, si allontanano e sono sempre più sfiduciati dalla politica, riportando la politica e le risorse nei territori  laddove sostanzialmente ci sono i problemi irrisolti.

 

 

 

Dal 2018 l’UNPLI – Unione Nazionale delle Pro Loco d’Italia -  ha attivato una certificazione per attribuire un marchio di qualità “che identifica in maniera univoca le sagre tradizionali e di qualità, ovvero le manifestazioni che vantano un passato di legame con il territorio e che abbiano come obiettivo la promozione e creazione di sinergie con le attività economiche locali.”  Nel lungo elenco delle Sagre che verranno premiate il prossimo 10 marzo presso il Senato della Repubblica per gli eventi del 2024, purtroppo, la Sagra del Carciofo di Sezze non compare, mentre ci sono quelle di Ladispoli e di Masainas. Nel regolamento per l’attribuzione del marchio di qualità sono stati fissati criteri molto importanti che considerano requisiti di tipo storico-culturale, organizzativi, igienico sanitari ed anche di ridotto impatto ambientale. Vogliamo pensare che Sezze non compaia nel virtuoso elenco degli eletti solo perché non abbia presentato ancora la propria candidatura a questa iniziativa. Esiste la nuova Pro-loco e si spera (o si consiglia) che quest’anno o nei prossimi possa almeno candidare la Sagra del Carciofo di Sezze giunta alla 54° edizione. Credo che con le dovute accortezze e con un'organizzazione ben definita la Sagra del Carciofo di Sezze possa rientrare a pieno titolo tra le città premiate e la Sagra essere un evento tra i più meritevoli per tradizione e storia. Va sottolineato che per tale iniziativa l’UNPLI ha ottenuto il riconoscimento da parte della Commissione nazionale per l’UNESCO quale Associazione che persegue con forte impegno la promozione, la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale immateriale. Nel frattempo, ci prepariamo tutti ad organizzare il nostro evento che si terrà il 12 e il 13 aprile. Ogni associazione culturale e di volontariato ed ogni cittadino può e deve dare il proprio contributo.

Sabato, 01 Marzo 2025 19:25

La politica tra tacco 12 e borse taroccate

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La (il) Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ogni qualvolta nubi minacciose si addensano sul suo governo sguscia via, si eclissa e tace. Imbarazzo o ipocrisia, la sostanza non cambia. Ultima in ordine di tempo è la sua brillante assenza in occasione del dibattito e del voto del Parlamento sulla mozione di sfiducia presentata contro la Ministra del Turismo, Daniela Santanchè. Presa dagli innumerevoli e pressanti impegni legati al proprio ruolo istituzionale, Giorgia Meloni considera la sua presenza in Parlamento un’inutile orpello, una perdita di tempo o nella migliore delle ipotesi superflua, con buona pace di chi ancora considera la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica luoghi essenziali della nostra democrazia.    
 
La mozione di sfiducia, come era prevedibile, non è passata. La maggioranza ha fatto quadrato intorno alla ministra e ha salvato le apparenze, evitando che le molte contraddizioni di una coalizione tutt’altro che coesa potessero trasformarsi in una voragine politica.
 
Daniela Santanchè si è difesa da sola e lo ha fatto in maniera colorita, com’è nel suo stile, e senza tanti riguardi per la sede istituzionale dove stava pronunciando il suo discorso. Aspettarsi sobrietà forse era troppo, ma che potesse spingersi fino a tal punto neanche i più pessimisti se lo aspettavano.
 
La ministra di rosso scuro vestita, dettaglio niente affatto meramente cromatico, ha incentrato gran parte del suo intervento sul suo modo di vestire, di porsi e di apparire e non ha mancato di ricorrere alla chiave vittimistica, cifra caratterizzante invero lo stile del governo di cui fa parte. Rivolta ai banchi dell’opposizione ha affermato: “Per voi sono l’emblema di tutto ciò che detestate, porto i tacchi di 12 centimetri, ci tengo al mio fisico, amo vestire bene, sono quella del Twiga e del Billionaire”. E poi ricorrendo ad una iperbole a dir poco imbarazzante ha chiosato: “Rappresento il male assoluto per voi”. Cita perfino le ormai famose borse, probabilmente sperando di neutralizzare la prevedibile ironia dell’opposizione su quelle false che avrebbe regalato a Francesca Pascale per ingraziarsi Silvio Berlusconi. Insomma Daniela Santanchè è intervenuta nell’aula di Montecitorio non tanto per difendere se stessa, dare spiegazioni sul proprio operato personale e politico e sostenere l’azione del governo di cui è parte, ma per promuovere il suo brand.
 
E così alternando attacchi al centrosinistra con toni allusivi e arroganti a momenti di autocommiserazione, come quando ha affermato di sentirsi vittima di un “ergastolo mediatico”, è riuscita a trovare un po’ di tempo anche per esaltare la sua straordinaria opera al ministero del Turismo e per rivendicare la solidale vicinanza della maggioranza e del governo. In effetti i posti del governo in aula in questa occasione non erano vuoti, accanto a lei c’erano diversi ministri e sottosegretari ma nessuno dei leader della maggioranza. Segnale tutt’altro che trascurabile politicamente, non solo perché si associa alla ormai reiterata fuga della (del) Presidente del Consiglio dal confronto in Parlamento sui disastri politici del suo governo, ma soprattutto perché si accompagna alle parole di Massimo Ruspandini, vicepresidente di Fratelli d’Italia alla Camera, il quale agli apprezzamenti per l’intervento ha aggiunto i ringraziamenti “per quello che ha detto al termine e cioè che, qualora venga malauguratamente rinviata a giudizio per la vicenda Inps, lascerebbe il suo incarico governativo”. A Ruspandini, in buona sostanza, è stato affidato il compito di accompagnarla alla porta al posto della (del) Presidente del Consiglio, la quale sulla questione, a differenza di quanto accaduto con Delmastro, non ha voluto o forse non ha potuto metterci la faccia. Metamorfosi straordinaria quella di Giorgia Meloni, che da campionessa mondiale della richiesta di dimissioni degli avversari politici quando era all’opposizione, oggi al governo si è scoperta ipergarantisca, sebbene esclusivamente con i propri sodali.
 
Attraverso la sguaiataggine di talune affermazioni, la rivendicazione di cattivo gusto della sua ricchezza e l’arroganza di ritenersi intoccabile e sopra la legge, la ministra del Turismo ha  cercato di distogliere l’attenzione dagli aspetti sostanziali che hanno spinto le opposizioni a presentare la mozione di sfiducia.
 
Probabilmente a Daniela Santanchè non è chiaro che ai cittadini italiani non importa nulla se porta il tacco 12, magari anche sulla sabbia del Twiga o in Tribunale dove è già comparsa e presto dovrà di nuovo comparire, o delle sue borse Hermes. Piuttosto dovrebbe chiarire come ha gestito le sue società quotate in Borsa, se i bilanci presentati sono corretti o sono stati taroccati, se ha pagato dipendenti e fornitori, se ha fatto lavorare i propri dipendenti nonostante fossero in Cassa integrazione COVID, frodando l’INPS. Di fronte a questioni di tale portata etica, buttarla sull’invidia sociale è decisamente indecoroso soprattutto per il ruolo ricoperto. Senza contare che simili argomentazioni nelle aule di giustizia non sono spendibili e dovrà portare elementi più solidi e convincenti se vorrà dimostrare la propria innocenza e provare di essere quella imprenditrice e manager di successo che sostiene di essere, immagine di sé questa che stride non poco con quanto accaduto in questi anni, con il fatto che alcune società da lei amministrate o sono state salvate dalla decozione grazie ad un commissario nominato dal tribunale o sono finite in liquidazione.
 
In definitiva Daniela Santanchè si compri tutte le borse, i vestiti e le scarpe che vuole, basta che dimostri che lo fa con i soldi suoi e non a spese di creditori, azionisti, lavoratori e INPS.
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